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Home Cultura Arte

Gianni Cerchia nel Cda della Reggia di Caserta: “Un impegno appassionante al servizio del territorio”

Per il docente universitario, lo storico monumento vanvitelliano "deve essere un punto di riferimento della rete fra le grandi ricchezze culturali della Campania"

Pier Paolo De Brasi di Pier Paolo De Brasi
1 Gennaio 2021
in Arte, Cultura
Gianni Cerchia

Gianni Cerchia

“Sarà molto divertente. È un incarico che ti dà la possibilità di rendere un servizio al tuo territorio. Da questo punto di vista non può essere che divertente e appassionante”. Gianni Cerchia è stato da poco nominato dal ministro per i Beni e le attività culturali Dario Franceschini componente del Consiglio di amministrazione della Reggia di Caserta. Un ruolo di prestigio per il docente universitario, verso cui rivolgerà, ne siamo certi, la passione che lo contraddistingue e la competenza da tutti riconosciuta.    

Professor Cerchia, quali obiettivi e priorità deve porsi un polo museale come la Reggia di Caserta per essere sempre di più uno tra i maggiori attrattori turistici e culturali dell’intera Penisola?
“La Reggia di Caserta è il nostro Colosseo, uno di quei simboli identitari in pietra che ci riassumono, uno dei più importanti palazzi storici del mondo. Deve diventare un punto di riferimento per lo sviluppo della cultura, ma non solo. La cosa che mi sembra più urgente è mettere in rete la grande ricchezza dei beni culturali presenti in Campania e nella provincia di Caserta, utilizzando la Reggia come perno. Pensiamo, per citare alcuni esempi, alla bellezza di Santa Maria Capua Vetere con la scuola dei gladiatori, al Museo campano, a Caserta vecchia, che da soli possono rappresentare poco, mentre insieme sono un patrimonio enorme. Una delle caratteristiche fondamentali di un monumento come la Reggia è il mordi e fuggi. Bisogna costruire, invece, una fruizione dei beni culturali che abbia come punto di partenza la Reggia ed elemento di offerta anche l’enorme patrimonio storico in nostro possesso, non solo del Casertano, ma dell’intera Campania. È il primo suggerimento che andrò a proporre come componente del Cda, perché la Reggia di Caserta è come Pompei: un’opera di un grande richiamo immediato”.

Oltre a questo, a cosa deve puntare, secondo lei, un bene culturale come la Reggia di Caserta per produrre ricchezza, lavoro e promozione della cultura?
“Sono uno storico contemporaneista, mi occupo di Ottocento e Novecento, e la Reggia di Caserta è stato il luogo dove è stata firmata la resa dei nazisti in Italia e la sede del quartier generale alleato nella Seconda guerra mondiale. All’interno e intorno ad essa, quindi, si è svolta la grande storia contemporanea, della quale mi sono occupato con una serie di scritti. Sarà una delle mie principali preoccupazioni, visto il mestiere che faccio. Si è persa memoria anche della stanza, del tavolo, dove è stata firmata materialmente la resa. Andrebbe reindividuata e valorizzata anche quella. Spero, inoltre, che si possa risolvere al più presto il problema dell’archivio di Stato di Caserta. È un contenitore identitario, è la memoria di questo territorio. Credo che sia fondamentale mettere la Reggia anche al centro di un progetto di recupero della memoria. Un luogo dove sia possibile collocare questo enorme patrimonio culturale e renderlo fruibile. Bisogna capire dove il processo si è inceppato e contribuire a recuperarlo”.

Ritiene anche lei, come ha sostenuto l’ex direttore generale della Reggia Mauro Felicori che, per fare il salto di qualità, la Pubblica amministrazione, quindi anche il sistema culturale pubblico, al Sud debba avere un maggiore atteggiamento imprenditoriale?
“No, perché ho visto qual è l’atteggiamento aziendalista nell’università: un disastro. Ci vuole un atteggiamento imprenditoriale per alcuni aspetti, ma noi abbiamo a che fare con un enorme patrimonio pubblico. Un qualcosa che deve generare economia, su questo non c’è alcun dubbio, ma che va rispettato, valorizzato e reso fruibile. Se al centro mettiamo semplicemente l’aspetto imprenditoriale siamo subalterni a una logica che vince da qualche anno e che ha portato disastri nella Pubblica amministrazione, non alla sua valorizzazione”.  

Ma lei ritiene che il successo per un bene culturale sia solo legato alla massiccia presenza di visitatori o ci siano altri fattori che lo favoriscono?
“C’è bisogno di una sinergia. I visitatori sono fondamentali ma, come in una golden share, c’è anche l‘interesse pubblico che va tutelato, con la conservazione di un patrimonio che è di tutti i cittadini. Poi, ovviamente, una sinergia anche con il settore privato non va esclusa, anzi è auspicabile. Il pubblico, però, deve dare regole, guidare il processo e garantire quella che è la mission fondamentale di questi beni: essere i depositari della nostra identità, della nostra cultura e, a partire da ciò, anche un’opportunità di carattere economico. Ma non deve essere il contrario. L’idea della Reggia che diventa perno, inoltre, non significa solo vendere i biglietti, ma costruire tutta una serie di servizi che impattano con Caserta e la sua conurbazione, grazie all’accoglienza, ai ristoranti, agli alberghi. Questo è fondamentale ed è la conseguenza di una buona gestione del patrimonio pubblico”.

È auspicabile che la Reggia di Caserta torni a essere un set cinematografico come lo è stato in passato o riapra alcune sue sale ai matrimoni?
“Confesso che la prima cosa che ho pensato quando mi è arrivata la proposta da parte del ministero dei Beni culturali è che alla Reggia hanno girato Guerre stellari. Era già molto conosciuta, ma non c’è alcun dubbio che l’occasione di girarci un film come quello abbia dato ulteriore rilevanza mondiale al monumento.  Nel rispetto di questo patrimonio culturale, anche girare un film, quindi, contribuisce alla sua valorizzazione. Magari la grande cinematografia tornasse a scegliere un set come la Reggia di Caserta. Auspicherei meno, invece, un uso episodico e di più basso profilo come cerimonie e matrimoni: questo lo eviterei”.  

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