Il Viminale ha detto sì agli allenamenti individuali per gli sport di squadra in tutta Italia, a partire da oggi. Il via libera alla ripresa è arrivato dopo che alcune Regioni come la Campania e l’Emilia Romagna avevano anticipato la decisione nazionale, offrendo il loro benestare. Intanto, il ministero per lo sport presieduto da Vincenzo Spadafora ha pubblicato ieri sul proprio sito istituzionale anche le Linee guida sulle modalità di svolgimento degli allenamenti per gli sport individuali (da estendere implicitamente anche agli allenamenti individuali degli sport di squadra). È stato trovato, quindi, un primo accordo concreto tra le posizioni delle società sportive e le verifiche del comitato tecnico-scientifico, che ha giudicato idonea la proposta della ripresa degli allenamenti, seppur con diversi accorgimenti logistici, l’utilizzo di tutti i protocolli e le precauzioni necessarie. Il via libera, inoltre, riguarda non soltanto gli atleti professionisti, ma anche tutte le altre categorie di sportivi che finalmente possono tornare a praticare un po’ di attività sportiva all’aperto, sempre però rispettando le vigenti norme anticontagio.
Può tornare ad allenarsi la Serie A, quindi, anche se le cose non sono così immediate come potrebbe sembrare. La ripresa degli allenamenti, infatti, dovrà avvenire secondo disposizioni precise e con alcuni logici cambiamenti nelle attività. Le squadre potranno sì ritornare alle consuete sedute di allenamento, ma per il momento a livello individuale. Un esempio di come cambierà il modo di allenarsi, almeno per il prossimo futuro, arriva dal Napoli del presidente Aurelio De Laurentiis, in una lettera inviata a Vincenzo De Luca, un altro presidente di una “squadra” importante, che le partite però le disputa in ufficio e senza pallone. L’ipotesi di lavoro proposta al governatore della Regione Campania, infatti, verte intorno ad allenamenti nel centro sportivo di Castel Volturno da svolgersi in diverse fasce orarie su tre campi, con quattro calciatori su ogni campo, con la presenza quindi di dodici giocatori in totale per ciascuna seduta. Inoltre, niente più docce in comune: ai giocatori napoletani toccherà farle a casa. Infine, il trasporto dovrà essere individuale, con ogni tesserato che dovrà arrivare al centro sportivo da solo.
Nonostante sia arrivato il via libera, comunque, Il Napoli non riprenderà già oggi gli allenamenti, poiché attenderà prima l’esito dei tamponi ai quali saranno sottoposti da oggi tutti i calciatori. In caso di esiti negativi, si potrà procedere concretamente con la ripresa delle sedute presso il centro sportivo della società. Ci sarà qualche sacrificio da fare, insomma, molta più attenzione da prestare, ma nulla di insormontabile perché, come s’è percepito nei giorni scorsi dalle dichiarazioni di vari esponenti del sistema calcio, c’è la voglia di tornare a posare gli scarpini sul manto verde, anche da parte dei calciatori, seppur con le giuste rassicurazioni e in tutta sicurezza. Lo conferma anche Damiano Tommasi, attuale presidente dell’Aic, l’Associazione italiana calciatori, ma con un passato importante da centrocampista della Roma e della nazionale italiana.
È inutile girarci intorno: il calcio manca terribilmente. Manca praticarlo, in ambiente professionistico come in quello amatoriale, ma anche guardarlo, con tutto ciò che il rituale della partita comporta. Tra i tanti ragionamenti che si stanno facendo non mancano certo le polemiche, ma una cosa deve risultare inequivocabile: anche il calcio, al pari di un qualsiasi altro comparto industriale italiano, ha bisogno di rassicurazioni e di tutte le precauzioni del caso. Allo stato attuale, per ripresa si intende soltanto quella degli allenamenti, mentre per far ricominciare il campionato la strada è ancora lunga e di discorsi se ne dovranno fare a centinaia. Intanto, dopo i primi passi di oggi, si attende anche il 18 maggio, data presunta di un ritorno agli allenamenti in gruppo.
I dubbi ci sono, i problemi potrebbero sopraggiungere, ma circola da molti giorni l’idea che col virus “bisogna imparare a convivere”. Non è chiaro se sarà questo il futuro di tutti, ma una graduale ripresa con tutti gli accorgimenti del caso appare quasi inevitabile. Il calcio professionistico, infatti, è ormai una vera e propria azienda multimilionaria e, come tutte le aziende, ha subito dalla pandemia un contraccolpo rovinoso. La massima espressione del calcio italiano, la Serie A, genera una serie di introiti che permette a gran parte delle società di poter far fronte a emergenze simili, ma il discorso si fa sicuramente più problematico scendendo sempre più di categoria, fino ad arrivare in quelle zone grigie del calcio di base dove le tutele degli atleti e delle società sono un autentico miraggio.
Sono ormai due mesi che in Italia il pallone non rotola più, dopo un tira e molla nelle ultime giornate di campionato che ha visto rimandare molte partite e giocarne altre a porte chiuse. La decisione, giunta anche in seguito a una proposta dell’Associazione italiana calciatori, è stata sensata e decisamente in linea con le direttive sanitarie. L’essenza stessa del calcio, quale sport di squadra, va contro tutte le prescrizioni di distanza sociale, divieto di assembramenti e contatti tra le persone. Non bisogna dimenticare, oltretutto, che il calcio non è solo ventidue uomini in campo, allenatore e panchina: come tutte le aziende, ha bisogno di moltissime menti e braccia per poter funzionare al meglio. Staff tecnico, medico, il personale delle strutture nelle quali si svolgono gli allenamenti o le partite costituiscono tanti piccoli tasselli di una macchina enorme che non poteva più continuare a circolare.