Si nascondeva proprio lì dove il suo nome incute ancora timore, tra le strade di San Giovanni a Teduccio, convinto forse che il controllo del territorio potesse offrirgli uno scudo impenetrabile. La fuga di Ciro Grassia, 61 anni, figura di primo piano del clan Rinaldi, si è interrotta all’alba di oggi, quando i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli hanno stretto il cerchio attorno al suo ultimo rifugio.
Un’ombra nel suo feudo
Grassia era svanito nel nulla nel giugno dello scorso anno, rendendosi irreperibile subito dopo l’emissione di un ordine di carcerazione della Procura Generale per associazione mafiosa. Nonostante lo status di latitante, secondo gli inquirenti della DDA, l’uomo non avrebbe mai smesso di esercitare il proprio potere decisionale, continuando a muovere le fila dell’organizzazione criminale nell’area orientale di Napoli, da tempo teatro di violenti scontri tra cartelli rivali.
Il precedente: la spesa fatale ad Acerra
Per Grassia, quella di oggi è la fine della seconda latitanza in pochi anni. Già nel 2019 la sua corsa si era fermata in modo quasi cinematografico. All’epoca, i militari della sezione “Catturandi” riuscirono a scovarlo seguendo i movimenti della moglie. La donna, a bordo di un’auto a noleggio, lo aveva raggiunto ad Acerra per un incontro furtivo in un supermercato. Quella che doveva essere una normale spesa di provviste per il rifugio si trasformò nel blitz che lo riportò in carcere dopo mesi di ricerche.
Caccia ai fiancheggiatori
L’arresto di stamattina non chiude però il fascicolo. Gli investigatori sono ora al lavoro per smantellare la rete di protezione che ha permesso a un profilo così alto della criminalità organizzata di restare “invisibile” per quasi un anno a pochi chilometri dal centro di Napoli. Sotto la lente d’ingrandimento ci sono i covi, i messaggeri e chi ha fornito supporto logistico a Grassia, garantendogli la possibilità di continuare a comandare anche nell’ombra.