Volevano “saturare” il territorio di droga e imporre la legge del pizzo a chiunque, dai farmacisti alle imprese funebri, fino a perseguitare un semplice cittadino, un professore “colpevole” di aver affittato un terreno dove il clan sognava di costruire un inceneritore. Per queste ambizioni criminali, la Dda di Napoli ha presentato un conto salatissimo al clan Picca-Di Martino: 337 anni di carcere totali.
La requisitoria del PM Simona Belluccio, pronunciata davanti al Gup Antonio Baldassarre del Tribunale di Napoli, non lascia spazio a dubbi sulla gravità delle accuse mosse ai 25 imputati che hanno scelto il rito abbreviato. Al centro del processo c’è la riorganizzazione del gruppo criminale operante tra Teverola e Carinaro, guidato “ad interim” da Nicola Di Martino per conto del boss storico Aldo Picca. Per Di Martino e per i suoi “colonelli” (Salvatore De Santis, Luigi Giovanni Abate, Antimo Ceparano, Raffaele Di Tella, Cristian Pio Intelligenza e Michele Vinciguerra), l’accusa ha chiesto il massimo della pena in questo contesto: 20 anni di reclusione ciascuno. Le richieste di condanna proseguono con pene severe anche per gli altri affiliati, variabili tra i 16 anni (chiesti per Antonio Zaccariello e Salvatore Muscariello) e i 5 anni e mezzo, delineando una piramide criminale dedita a estorsioni, riciclaggio e traffico di droga.

