Questa mattina, la squadra mobile della Questura di Caserta, con la collaborazione delle squadre mobili di Milano, L’Aquila, Parma e Nuoro, ha dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal Gip del Tribunale di Napoli, su richiesta della locale Direzione distrettuale antimafia, nei confronti di quattro persone, ritenute gravemente indiziate di omicidio pluriaggravato in concorso. Si tratta di un delitto che, commesso con premeditazione, è stato compiuto al fine di agevolare le organizzazioni camorristiche “Piccolo-Letizia” di Marcianise e “Perreca” di Recale. Le persone coinvolte sono: A. M., A. P. e A. P., tutti e tre di 45 anni, e A. P., di 42 anni.
Il delitto si inquadra nell’ambito della cruenta faida che, al fine di stabilire il predominio criminale su Caserta e Comuni limitrofi, ha visto fronteggiarsi per oltre un ventennio, dal 1986 al 2007, due potenti fazioni camorristiche: il gruppo “Belforte”, alias “Mazzacane”, di estrazione cutoliana, e il gruppo “Piccolo-Letizia”, alias “Quaqquaroni”, confederato con il clan “Perreca” di Recale. Al tempo, lo scontro tra i clan raggiunse livelli di violenza tali che, nel gennaio del 1998, indussero l’allora prefetto di Caserta a emettere quella che fu battezzata come “il coprifuoco anti-camorra”, ovverosia un’ordinanza, prima del genere dalla seconda guerra mondiale, con la quale fu disposta per venti giorni la chiusura di bar e circoli a Marcianise, dopo le ore 22.
In tale cornice criminale, come ricostruito dalla squadra mobile di Caserta, cui sono state delegate le indagini, il 31 luglio del 1996, Luca Famiano fu ucciso perché era transitato dal clan “Piccolo-Perreca” a quello rivale dei “Belforte”. In particolare, un gruppo di persone, incappucciate e armate di pistole e mitra, intorno alle ore 8 di quel giorno, tesero un agguato a Famiano mentre, in macchina con la sua convivente, si trovava nei pressi della propria abitazione di San Clemente di Caserta. Era seguito a ruota da un’altra macchina su cui viaggiavano suo cognato, la fidanzata e due sue nipoti. I criminali fecero fuoco all’impazzata sulle auto con i mitra e le pistole, determinando il quasi immediato decesso di Luca Famiano, morto poco dopo in ospedale, e il ferimento grave delle sue nipoti.
Dopo il raid, i delinquenti si dileguarono a bordo di un’auto scura di grossa cilindrata, poi risultata essere una Lancia Thema rubata alcuni giorni prima. Durante la fuga, l’autovettura fu notata e inseguita da una volante della polizia che, tuttavia, non riuscì a fermarla a causa dell’azione di disturbo realizzata da un’altra macchina; per questo, il conducente fu arrestato. Poco dopo, la Lancia Thema fu individuata, ormai abbandonata. Al suo interno furono sequestrati numerosi oggetti riconducibili ai killer, tra i quali passamontagna, guanti e altro, oltre ad alcune munizioni calibro 7.62×39 (il calibro tipico del kalashnikov). Poco distante sarebbe stato successivamente rinvenuto altro materiale, tra cui due dei mitragliatori che, come successivamente accertato, erano stati impiegati per l’agguato. Altro materiale ancora, tra cui alcuni teli di spugna e un passamontagna, fu rinvenuto all’interno dell’appartamento disabitato dal quale erano usciti i killer per effettuare l’agguato.
Lo sviluppo delle indagini, grazie anche del contributo delle dichiarazioni di importanti collaboratori di giustizia, è arrivato a una svolta allorquando, facendo uso dei più recenti progressi tecnologici nel campo della genetica forense, è stato possibile estrapolare frammenti di Dna su alcuni campioni biologici rinvenuti sugli effetti personali sequestrati nell’appartamento e nella macchina. A distanza di oltre ventuno anni, è stato accertato che il Dna isolato corrisponde a quello di due delle quattro persone colpite dalla misura cautelare, in particolare A. M. e A. P. L’integrazione di tale dato scientifico col restante corredo investigativo ha rafforzato il quadro accusatorio che vede responsabili anche gli altri indagati.
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