Luigi Francesco Minerva ha 31 anni, nato a Napoli e cresciuto ad Aversa, è un ingegnere navale. È in Olanda dal 2013, a Wageningen per la precisione, dove lavora presso un istituto di ricerca che si occupa di idrodinamica.
Innanzitutto come sta? Come sta vivendo l’emergenza Covid-19?
“Vivo la situazione cercando di essere molto attento e conseguentemente di agire con circospezione. Da circa due settimane consulto quotidianamente il sito web del Ministero della salute olandese, dove vengono riportate tutte le informazioni inerenti allo stato dell’epidemia in Olanda. Sono italiano e ho avuto contezza della gravità di ciò che stava succedendo molto prima degli olandesi. Pertanto, ho messo in atto fin da subito tutti quei comportamenti idonei a ridurre, per quanto possibile, i rischi“.
Si sente al sicuro in Olanda?
“Mi sento sicuro nella misura in cui nella mia quotidianità adotto tutti gli accorgimenti necessari. Chiaramente non ho più la tranquillità di prima. Se ho necessità di andare a fare la spesa, tanto per fare un esempio, ci penso due volte, augurandomi che vada tutto bene: il rischio si nasconde dietro l’angolo ed è strano perché anche le cose più semplici, quelle che hai sempre fatto con naturalezza, sono improvvisamente diventate potenzialmente pericolose“.
Quando ha percepito per la prima volta che le cose in Olanda erano cambiate?
“Ricordo esattamente la data, il 9 marzo, perché è stato il giorno in cui hanno iniziato a circolare divieti relativi a contatti, come le strette di mano e gli abbracci, e da quel momento s’è verificata una rapida progressione. Dalla settimana scorsa, poi, ho avvertito distintamente un cambiamento: attività come bar, ristoranti, cinema, palestre sono state chiuse. Io stesso frequento un corso di balli di gruppo, che è stato temporaneamente sospeso. Stessa sorte è toccata a ogni tipo di manifestazione pubblica. Per non parlare di scuole e università, chiuse fino al 6 aprile“.
Qualcosa è evidentemente cambiato. Come si stanno comportando gli olandesi?
“Il cambiamento è nell’aria. Per fare un esempio che attinge dalla vita di tutti i giorni, nei supermercati sono già presenti indicazioni attraverso le quali s’invita la clientela a mantenere la distanza di almeno un metro: di recente, m’è capitato di notare che nei pressi delle casse automatiche era stato tracciato un perimetro entro il quale era necessario svolgere le operazioni. Inoltre, stamane i cellulari olandesi hanno squillato all’unisono: abbiamo tutti ricevuto un messaggio di allerta da parte del Governo, che ricordava l’osservanza di condotte responsabili: non è un caso, perché in questi giorni il tempo è bellissimo e di conseguenza le spiagge sono state prese d’assalto. Insomma, il pericolo si è concretizzato in tutta la sua pienezza. Pertanto, con riferimento al comportamento degli olandesi, posso dire che non è omogeneo: ieri, per esempio, sono uscito per una passeggiata e ho notato persone attente, ma, allo stesso tempo, altre molto meno scrupolose. I miei colleghi e io abbiamo riscontrato che i comportamenti sono eterogenei e sicuramente alcuni tendono ad avere un approccio più rilassato rispetto al problema”.
Cosa pensa della situazione in Italia?
“L’Italia ha avuto la sfortuna di essere il primo caso serio di diffusione del virus in Europa. Le azioni intraprese per fronteggiare l’emergenza sono state probabilmente poco incisive perché è tutto nuovo, non ci sono protocolli, parametri di riferimento e il nostro Paese s’è trovato di fronte a una realtà inedita. Col senno di poi è facile condannare, però penso che l’allarmismo fiacco dei primi tempi sia stato dovuto all’assenza di termini di paragone di natura europea. Gli Europei, invece, hanno un riferimento che si chiama Italia. Auspicabile, se non doverosa, è l’adozione di precauzioni individuate sulla falsariga del modello italiano, al fine di scongiurare il duplicarsi del medesimo scenario. Di certo, mi aspettavo che gli altri Paesi agissero in maniera più dura e tempestiva. Ovviamente, non sono un addetto ai lavori e tengo conto che alcuni rallentamenti, di matrice economica ovvero organizzativa, sono inevitabili; tuttavia credo che il problema sia stato preso alla leggera, nonostante gli accadimenti italiani, che avrebbero dovuto costituire un ammonimento ben più significativo. La sensazione generale è che anche l’Olanda stia ripetendo gli stessi errori della Spagna e dell’Italia, sottovalutando il virus“.
Prescindendo dal suo orientamento politico e dalla sua opinione circa l’operato del presidente Vincenzo De Luca nel corso del suo mandato, che idea s’è fatto dei provvedimenti adottati dalla Regione Campania, più stringenti rispetto a quelli nazionali?
“Sono d’accordo con un approccio duro, nella misura in cui le limitazioni abbiano un effetto positivo oggettivamente individuabile: se, per esempio, vietare attività fisica all’aperto ha lo scopo di evitare assembramenti è evidente che la restrizione diventa più che ragionevole“.
Le misure invasive dell’ordinanza regionale sono state previste anche in considerazione del fatto che, per alcuni, l’attività fisica potrebbe trasformarsi in un espediente per eludere le direttive del decreto governativo. De Luca ha detto esplicitamente che il popolo campano è geneticamente bendisposto, cito testualmente, “all’ammuina“.
“Secondo me questo è un problema che coinvolge tutto il popolo italiano. All’estero siamo considerati tendenzialmente indisciplinati. Non credo che i campani siano sic et simpliciter un popolo negligente: questa sarebbe una generalizzazione, pratica di cui non sono amante. Credo, invece, che noi italiani siamo portati a mettere naturalmente in discussione le imposizioni statali. Ritengo che un approccio morbido non sia più praticabile, determinate azioni possono essere impopolari, ma, se servono, devono essere messe in atto e riguardare tutto il territorio nazionale“.
Un messaggio per i suoi connazionali.
“Da campano, cito un capolavoro cinematografico di Luciano De Crescenzo, Così parlò Bellavista: ‘Professò, resistete!’“.
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