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Home Società

Covid-19 all’estero / 7: Stati Uniti, intervista al ricercatore Angelo Canciello

Giuseppe Cerreto di Giuseppe Cerreto
6 Aprile 2020
in Società

C’è grande preoccupazione in queste ore negli Stati Uniti, dove l’epidemia di Covid-19 sta esplodendo con estrema violenza e, a oggi, si registrano 330mila contagi e quasi 10mila decessi, che aumentano di giorno in giorno mettendo in grande difficoltà le strutture sanitarie. E le previsioni degli istituti di ricerca indicano addirittura la possibilità di arrivare a 100mila vittime, qualora le misure adottate per il contenimento del virus dovessero risultare insufficienti. Intanto, mentre le borse crollano, gli americani hanno acquistato nell’ultima settimana oltre 2 milioni di armi e l’Intelligence teme sommosse e disordini. Il Presidente Donald Trump, dal canto suo, è corso ai ripari approvando il Defence production act, un provvedimento adottato in passato soltanto in tempi di guerra che prevede la gestione pubblica dell’economia privata. In un simile scenario, abbiamo sentito la voce di un connazionale attualmente negli Stati Uniti per lavoro. Si tratta di Angelo Canciello, giovane ricercatore di Frattamaggiore, in provincia di Napoli, impegnato come research assistant professor presso i laboratori di ricerca della Temple University of Philadelphia, in Pennsylvania, nel team del professor Antonio Giordano.

Come sta vivendo in queste ore l’emergenza da Covid-19 negli Stati Uniti?
“L’emergenza è reale e, con circa due settimane di ritardo rispetto all’Italia, qui stanno andando incontro a tutti i problemi che il nostro Paese ha già vissuto. La sensazione generale però è diversa. Una quindicina di giorni fa, quando i primi casi iniziavano a essere diagnosticati, la gente passeggiava tranquillamente in strada come se ciò che stesse accadendo in Italia fosse un problema lontano. Col passare dei giorni e all’aumentare dei casi positivi, poi, gli Stati Uniti hanno cominciato a prendere coscienza della situazione. La gente ha abbandonato le strade e il presidente Trump ha raccomandato il locking down per tutte le categorie commerciali non essenziali. I liquor store sono stati i primi a chiudere così come le armerie, il che spiegherebbe la frenesia degli americani nella corsa alle armi. Trump ha inoltre invitato la popolazione all’uso delle mascherine quando si esce da casa. Nei supermercati si entra a scaglioni ma non esiste autocertificazione. La gente è invitata a restare in casa e sebbene non vi siano controlli tutto è affidato al buon senso. I servizi di consegna a domicilio continuano a funzionare ed è sempre garantita la fornitura di beni primari. Io sto cercando di impiegare il mio tempo organizzando il lavoro futuro e,  fortunatamente, la tecnologia mi aiuta a stare più vicino alle persone care. È uno sforzo e un impegno collettivo che dobbiamo assumerci tutti. Soltanto così possiamo combattere questo terribile virus”.

Le notizie di centinaia di morti al giorno sono poco rassicuranti. Gli americani sono preoccupati?
“Inizialmente gli americani sembravano preoccuparsi poco del problema, ma quando il numero di casi positivi al Covid-19 è aumentato l’apprensione si è fatta sentire. I primi tamponi sono stati effettuati solo una ventina di giorni fa e ne venivano somministrati una decina al giorno, mentre il prezzo per singolo tampone si aggirava sui 6 dollari. Il vero problema sono forse state le diagnosi tardive. In ogni caso, gli americani si sono dimostrati reticenti al cambio di abitudini e molti di loro continuano a fare jogging all’aperto anche se in giro si vede molta meno gente. La mia casa è in centro a Philadelphia e la 15th avenue, notoriamente trafficata e affollata, è quasi vuota. Quando esco a fare la spesa vedo sempre qualche faccia, fortunatamente con indosso la mascherina. Purtroppo, così come in Italia, non sono facilmente reperibili e le persone si arrangiano come possono, talvolta con molta fantasia”.

In alcuni Stati si è deciso di dare la precedenza ai malati in base alle “capacità cognitive”, negando le cure a disabili e pazienti psichiatrici. Cosa ne pensa?
“Penso che si tratti di misure deplorevoli. L’accesso alle cure salvavita dovrebbe essere garantito a tutti. Attualmente credo che siano una decina gli Stati che hanno reso noti i criteri con i quali intenderanno affrontare l’imminente emergenza sanitaria. Ho letto che diverse associazioni per la difesa dei diritti dei disabili hanno fatto causa contro lo Stato di Washington per impedire l’entrata in vigore di questi criteri. Personalmente mi sento di dare tutto il mio sostegno a questa causa, poiché ritengo queste misure una gravissima violazione dei diritti umani, soprattutto nei confronti delle persone più deboli e fragili”.

Ha fatto il giro del mondo la notizia del 17enne lasciato morire di Covid-19 perché sprovvisto di assicurazione. Come funziona la sanità negli Stati Uniti?
“Personalmente ritengo che la sanità debba essere pubblica e accessibile a tutti. Quello statunitense, però, è un sistema diverso dal nostro, dove le compagnie assicurative controllano la sanità che è fondamentalmente privata. Se hai una buona assicurazione sanitaria hai maggiori possibilità di far fronte alle spese medico-sanitarie che raggiungono cifre spropositate. Non sarà di mia competenza e non entrerò nei dettagli, anche perché sono convinto che il servizio sanitario sia di buonissimo livello, ma a che prezzo? A farne le spese in questa situazione di emergenza sono soprattutto i più deboli. Sono infatti loro le persone che più di tutte stanno soffrendo le conseguenze di questa grave crisi, specie i clochard che sono tanti e in condizioni disumane. Per fortuna ci sono anche molte organizzazioni di volontariato impegnate per assicurare una vita dignitosa a queste persone, ma è comunque terribile apprendere queste notizie”.

In questi giorni sono circolate fake news che attribuiscono la nascita del Covid-19 a esperimenti di laboratorio. Cosa pensa a riguardo?
“Le fake news sono una tra le piaghe peggiori della modernità. In un mondo in cui le notizie sono fruibili in tempo reale non tutti dovrebbero sentirsi in dovere di fare informazione, che dovrebbe essere invece veicolata da persone qualificate a farlo. Esiste però un dettaglio da non sottovalutare: sono una decina d’anni che i social network hanno conquistato le masse e spesso si sono sostituiti ai mezzi tradizionali di informazione. La società in cui viviamo viaggia ad altissima velocità e altrettanto rapidamente le notizie vengono alimentate da views, likes e condivisioni. In questo modo l’informazione si trova a rincorrere la notizia pur di arrivare prima degli altri. Facendo questo, però, qualcuno può approfittarne e divulgare informazioni le cui fonti non sono attendibili. Le persone dovrebbero cominciare a non fidarsi di una notizia solo perché fa il giro del web. Bisogna documentarsi dalle fonti ufficiali e saper leggere criticamente le notizie. Altrimenti dovremmo rassegnarci a vivere con convinzioni assurde come quella di abitare su un pianeta piatto, la cui stella gli orbita attorno, oppure che gli omosessuali siano la causa di tutti i mali. Trovo infatti paradossale che Nature, eminente rivista scientifica, debba pubblicare un articolo nel quale viene dimostrato che il Covid-19 non può in alcun modo essere stato creato in laboratorio. Dove siamo arrivati? La corsa alla smentita delle fake news è una perdita di tempo superiore alla verifica delle fonti stesse”.

A che punto è la ricerca nel campo della cura del Covid-19? È fiducioso?
“Principalmente mi occupo di ricerca sul cancro e in passato ho lavorato con le cellule staminali. Nella scienza ho estrema fiducia. Il progresso scientifico ci ha portati sulla Luna e ci ha fatto fotografare il dna. Attualmente, migliaia di miei colleghi ricercatori stanno lavorando per far fronte a questa emergenza con lo scopo di trovare la strategia giusta per combattere il Covid-19. Non è un lavoro semplice e non è un processo rapido. Tutte le volte che si ha a che fare con la salute umana ci si sta assumendo una grande responsabilità. Bisogna lavorare sodo e portare avanti numerosi esperimenti prima di poter rilasciare in commercio un potenziale farmaco. I ricercatori di tutto il mondo stanno mettendo in atto molteplici approcci ed è questione di tempo. Ognuno deve fare la sua parte nel sostenere la ricerca”.

Philadelphia va venire subito alla mente sequenze fortemente iconiche come, per esempio, quelle di un cult movie come Rocky. Qual è il suo rapporto con la “città dell’amore fraterno”?
“Amo profondamente Philadelphia e amo ancor più la sua gente, i Philadelphians. Ormai vivo qui da quasi un anno ma ci ho messo poco ad ambientarmi. Philadelphia è una città ricca di storia: qui sono state poste le basi degli States e se ne respira la storia passeggiando tra le strade. Lo skyline della City è delineato dalle sagome dei grattacieli, ma il resto delle case non supera il terzo piano, hanno una facciata in mattoni e uno stile che ricorda quello delle costruzioni inglesi del primo Settecento. La preferisco ad altre città americane. Passeggiare per le strade di New York, per esempio, equivale a buttare una manciata di sale nell’oceano e sperare che l’acqua diventi più salata di quanto già sia. Scompari tra la folla in una sola grande entità. Philadephia invece è sicuramente meno moderna e dinamica, forse più povera e sporca, ma decisamente più viva e vera, ed è ricca di umanità in ogni angolo delle sue strade. Di qui amo la gente, le persone ti salutano per strada e sono sempre cordiali. Qui ti senti meno solo anche se sei migliaia di chilometri lontano da casa”.

Cosa ne pensa, infine, della situazione in Italia? Vuole salutare qualcuno?
“Sono sentimentalmente legato a Napoli e all’Italia: è la mia terra, il posto dove sono cresciuto e dove vivono la mia famiglia, i miei parenti, i miei amici. Ho sofferto molto di fronte alle drammatiche notizie che arrivavano dal nostro Paese. Sono però fiducioso che la mia gente saprà combattere, siamo un popolo forte e andremo avanti. Sono sempre in contatto con la mia famiglia e i miei amici, che mi aggiornano su quello che sta succedendo. Bisogna lottare insieme e soprattutto restare a casa. Pensando all’Italia, inevitabilmente penso alla mia famiglia. I miei sono a casa e cercano di uscire il meno possibile. Ancora il mio pensiero più grande va a mio fratello Marco che fa l’infermiere e sta affrontando in prima linea questa emergenza aiutando le persone che ne hanno bisogno. Per lui è un periodo durissimo, i turni sono massacranti ma so che sta dando il massimo e lo sta facendo con amore. Il mio saluto va alla mia famiglia e a tutte le persone che, come mio fratello, stanno lottando per salvare vite umane. Ce la faremo”.

 

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Tags: Stati Uniti
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