Covid-19 e idrossiclorochina, il professor Marfella: “Ora c’è bisogno della sperimentazione domiciliare”
Il noto farmacologo interviene dopo la sentenza del Consiglio di Stato che ha detto sì alla cura con il farmaco antimalarico, contravvenendo alle indicazioni dell'Aifa
Avevamo intervistato il professor Antonio Marfella durante i mesi del lockdown, quando lanciò un appello per l’uso domiciliare dell’idrossiclorochina nella cura del Covid-19. Lo ritroviamo subito dopo la decisione del Consiglio di Stato di dare ragione a un gruppo di medici che hanno presentato ricorso contro la decisione dell’Aifa di vietare la prescrizione del farmaco al di fuori dell’uso previsto. Una sentenza che può aprire la strada alla “sperimentazione clinica domiciliare” per chi ha i primi sintomi del Covid, così come chiede lo stesso Marfella.
Dottor Marfella, che significato ha la decisione del Consiglio di Stato di dare via libera ai medici di base per la prescrizione dell’idrossiclorochina?
“Sull’idrossiclorochina si sta facendo troppa politica e poca scienza. È un esempio di come la prima stia rovinando la seconda. Seppur non abbiamo ancora dei farmaci specifici validi contro il Covid, non dobbiamo rimanere a guardare quello che succede fino al ricovero del paziente. Sono stato il primo firmatario del ricorso al Consiglio di Stato perché sono un ammalato e un farmacologo. So benissimo quindi che ho bisogno, come tutte le persone nella mia situazione, di farmaci aggiuntivi alla cura cortisonica nel caso di primi sintomi del Covid-19. Chi, nelle mie stesse condizioni, dovesse infettarsi ha da uno a cinque giorni di tempo per fare qualcosa, per evitare di morire. Non posso accettare, quindi, che il ministero della Salute emetta una nota ancora più restrittiva dell’Aifa, in cui raccomanda ai medici di famiglia di usare semplicemente la tachipirina. La sentenza del Consiglio di Stato non entra nel merito se l’idrossiclorochina è utile o meno nella cura del Covid-19: dice che non possiamo eliminare un farmaco che si sta dimostrando adatto secondo adeguate sperimentazioni. Ed è questo il nocciolo della sentenza: lo Stato afferma che si devono effettuare sperimentazioni cliniche sull’idrossiclorochina. Ma non devono essere sperimentazioni ospedaliere: abbiamo dati sufficienti, sui quali l’Aifa concorda, che l’idrossiclorochina in ospedale non serve. Le sperimentazioni che vengono invocate dal Consiglio di Stato sono quelle domiciliari precoci, cioè quegli studi e quelle terapie che stanno applicando con successo il professor Luigi Cavanna di Piacenza e il dottor Andrea Mangiagalli di Milano. Ma siccome l’idrossiclorochina è un farmaco generico dal basso costo, non è nell’interesse delle case farmaceutiche stimolare gli studi sul trattamento domiciliare precoce. In conclusione, un organo dello Stato raccomanda di fare delle sperimentazioni cliniche per terapie domiciliari precoci che lo stesso Stato non vuole fare: trova molto più conveniente e facile dire non usate l’idrossiclorochina, aspettiamo il vaccino. Nel frattempo, però, il Consiglio di Stato dà la possibilità, a chi vuole nell’eventualità di un contagio, di usarla. Sia chiaro, non è detto che si debba usare per forza: lo deve decidere nella massima serenità il medico di famiglia”.
Lei ha parlato di ingerenza della politica. Ritiene che l’idrossiclorochina abbia pagato la ‘colpa’ di essere stata usata anche da presidenti controversi come Trump o Bolsonaro?
“Certo. Non essendo un farmaco ‘sponsorizzato’ dalle case farmaceutiche, per i motivi detti prima, alla fine gli hanno fatto pubblicità quei soggetti politici che avevano come unica priorità quella di risparmiare. Sia Bolsonaro sia Trump sono partiti dal principio che questa cura costa poco, tanto che in Brasile si può comprare in farmacia, autorizzato e prodotto dallo Stato, il kit ‘terapia Covid’, con cortisone, azitromicina e idrossiclorochina. In Italia, invece, Cavanna e Mangiagalli non riescono a pubblicare i loro studi non perché non sono validi, ma perché nessuna casa farmaceutica spinge economicamente per la pubblicazione. Dovrebbe essere lo Stato ad avere interesse che siano pubblicati questi studi. Per fortuna ci sono medici di famiglia che non stanno con le mani sulla pancia e non lasciano il paziente infetto ad aspettare l’ospedale. Questa epidemia si sconfigge sul territorio e ci massacrerà se puntiamo tutto sull’ospedale”.
Ma la decisione del Consiglio di Stato non rischia, però, di far ricadere una responsabilità troppo grande sui medici di base?
“I medici di base devono tornare a fare i medici. Si deve togliere loro la responsabilità amministrativa: questa è la vera riforma. Abbiamo finalmente capito che ci servono dei medici a casa, non degli amministrativi. Insomma, non devono fare gli scribacchini, ma dargli strumenti e possibilità per tornare a fare i medici”.
C’è molta confusione, però, sull’efficienza dell’idrossiclorochina nella cura al Covid-19. Chi ne parla come fosse una panacea contro il virus e chi afferma che può avere effetti collaterali pericolosi. Ci può chiarire meglio come stanno le cose?
“L’idrossiclorochina non è assolutamente una panacea, ma è uno strumento in più contro il Covid-19. Sappiamo per certo che i più potenti immunosoppressori sono i cortisonici ma, rispetto all’idrossiclorochina, hanno effetti collaterali maggiori. Quindi abbiamo un farmaco con un’azione immunosoppressiva più modesta, ma senza rischi di effetti collaterali gravi. È una grave falsificazione dire, perciò, che farmaci conosciuti da quattro secoli come l’idrossiclorochina hanno una forte tossicità. Non c’è un solo report negativo in Italia, registrato come danno cardiaco dovuto all’idrossiclorochina, dovuto a una terapia decennale su non meno 60mila pazienti affetti da artrite reumatoide. Ciò che è stato pubblicato, dunque, è risultato falso: per tale ragione il Consiglio di Stato ci ha dato ragione. Non capisco perché, se l’Aifa fa rifermento a questa pubblicazione risultata falsa, continua a mantenere il blocco sull’idrossiclorochina. Ribadisco, però, che il Consiglio di Stato ha affermato di lasciare lavorare liberamente i medici di famiglia e, soprattutto, di effettuare la sperimentazione clinica domiciliare”.
In conclusione, dottor Marfella, lei si vaccinerà contro il Covid-19?
“Sì, ho già dato la mia disponibilità. Qualcuno mi ha accusato di essere no-vax. Voglio precisare che io appartengo a una famiglia che ha fatto la storia delle vaccinazioni a Napoli. Sono il nipote diretto di Vincenzo Marfella, medaglia d’oro alla sanità della Repubblica italiana per aver vaccinato un milione di napoletani in un mese nel 1973, durante l’epidemia di colera: non mi si può accusare, quindi, di essere no-vax. Ho fatto, dunque, la richiesta per il vaccino, ma ad una condizione: sono un soggetto a rischio e per tale ragione sto lavorando in smart-working; non essendo in prima linea ritengo doveroso vaccinarmi per ultimo e lasciare spazio ai colleghi che stanno tutti i giorni in corsia”.
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