
di Annalisa Rascato*

di Annalisa Rascato*
La pandemia che stiamo vivendo, dovuta al virus del Covid-19, ha colpito la società come un’onda improvvisa, mostrandone la vulnerabilità e scatenando caos nell’ordine sociale. Dopo le calamità, però, le culture – dinamiche per natura – si rinnovano e si trasformano facendo scudo contro quell’insicurezza sociale – sommersa nelle società contemporanee e tangibile durante gli eventi scatenati come il contagio da Coronavirus – causata dalla paura.
La paura è forte, è qualcosa che non si vede, che agita l’incertezza del domani, che non si può contenere nella società liquida (per citare Zygmunt Bauman). Eppure non deve prendere il sopravvento. Ed essendo questo un fenomeno in corso, dovremo attendere per avere risposte certe, ma le domande che ci poniamo sono tante: in che modo cambierà la società? Questa emergenza ha reso meno evidente il divario tra le classi sociali o lo ha accentuato ancora di più? Quali conseguenze avremo da un punto di vista lavorativo ed economico? I bambini e i ragazzi come vivranno emotivamente e psicologicamente questo evento di tale portata? Il controllo sociale diventerà un problema quando tutto sarà finito?
A livello culturale e sociale, talvolta, c’è bisogno delle apocalissi, della parola fine, per ricominciare in maniera nuova e – si spera – meno deleteria. Certo, quando gli eventi scatenanti terminano, in genere segue un lungo periodo di difficoltà economica e di precarietà, ma che – la storia insegna – vede poi una nuova fase di benessere. Non è detto però che nel momento più difficile l’uomo debba essere necessariamente infelice, seppure in difficoltà.
Stiamo vivendo quelle distopie che abbiamo letto nei libri di fantascienza e visto nei film catastrofici che sembravano così incredibili. Pertanto, questo lungo tempo di attesa, dello stare in casa, ha fatto sì che l’uomo riscoprisse elementi fondamentali, ricreando nuovi riti così da scongiurare il pericolo in nome della normalità. Si riscopre così il tempo della lentezza, che a differenza di una società “del prima” fondata sullo stress e la frenesia in cui il tempo scorreva troppo velocemente, incombe lento, stimolando riflessioni importanti su se stessi, sul presente e sul futuro.
Si ridà valore alle relazioni umane che, grazie al virtuale che accorcia le distanze, avvengono paradossalmente con maggiore frequenza rispetto a prima, quando si rimandava per stanchezza o appunto, mancanza di tempo. Si scandiscono nuovi tempi, dando valore ai cibi cucinati che prima si evitavano perché il tempo non c’era: la riscoperta dell’impasto manuale, della lievitazione che ci fa attendere la crescita, la cottura lenta del forno, la preparazione del pane fatto in casa, fino all’immancabile condivisione grazie ai social network.
Ecco che la convivialità, così fondamentale per l’uomo (che si contrappone al fast-food ovvero il mangiare velocemente e in solitudine) resta nelle nuove ritualità: si mostrano le foto delle varie fasi del cucinare e nei weekend i social diventano le “nuove pizzerie” in cui tutti “offrono” soddisfatti le proprie creazioni culinarie. Si mantiene una necessità come la condivisione: ci si riunisce sui balconi, cantando e condividendo emozioni, per sentirsi parte di una società e non più soli, si scambiano letture, ricette, considerazioni.
Si riscopre una cosa fondamentale che prima era scomparsa del tutto: la noia, che permette di stabilire pensieri, di fare valutazioni e progetti. Si riscopre la funzione della parentela, prima ridotta a brevi momenti quotidiani e che, in questo stato di emergenza, diventa importante fonte di scambi di opinioni, di consigli, di semplice ma importantissimo ascolto. Si rivaluta il tempo del gioco, il giocare con i propri figli ritrovando una nuova dimensione dello stare insieme.
Si è fatto un passo indietro e, prima di esprimere mere opinioni su quello in cui non si è competenti, si ascolta il parere degli scienziati e degli esperti. Si riscopre il valore della cultura (dal latino, coltivare) che non può più essere rimandata per mancanza di tempo: si legge di più, si vedono più film e telefilm, ci si dedica all’arte e ai lavori manuali.
I ragazzi riscoprono il valore dello studio e della scuola perché privati così a lungo e in modo forzato di un luogo che non sempre era così amato. Con la costrizione dello stare fermi, riscopriamo il valore del corpo umano, che va tutelato e curato, dedicandoci a esercizi fisici nello spazio casalingo. Persino gli animali ci hanno dimostrato che basta poco per riappropriarsi dei propri spazi e del proprio tempo.
Le parole riprendono il proprio significato e il valore della libertà non è più solo l’uscire di casa; citando Giorgio Gaber: “La libertà non è star sopra un albero, la libertà è partecipazione”. Questa nuova ritualizzazione data dall’emergenza sta arricchendo di più le persone culturalmente, e può essere il nuovo fondamento per la cultura che andremo a rifondare alla fine di questo periodo complesso.
Se si tornerà “al prima”, l’uomo avrà fallito. Ma se si prendono questo nuovo modello e questi nuovi simboli, per rifondarne uno migliore, più solidale, più istruito, allora l’uomo non avrà perso questa occasione per cambiare ciò che prima non voleva e non apprezzava. Se questa rivoluzione culturale terminerà con la fine della pandemia, l’uomo tornerà nella propria solitudine di cittadino globale in cui il tempo ricomincerà a scorrere così velocemente da non averne più a disposizione.
*Antropologa PhD
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