Un uomo di colore è morto soffocato da un ginocchio premuto con forza e insistenza sul suo collo da un poliziotto statunitense. Era in arresto, sottomesso e inerme ma, nonostante ciò, non è riuscito a restare in vita. Inutili sono state le sue richieste di poter respirare, un rantolo che si è fatto sempre più fievole, schiacciato dal peso della discriminazione e dell’umiliazione. George Floyd è stato ucciso in America, mentre il mondo intero è attanagliato da una crisi respiratoria globale, provocata da un virus ancora sconosciuto, con cui l’umanità sta combattendo da mesi. Uno strano parallelismo si potrebbe pensare, ma è evidente che per un paradossale volere della natura il diritto da conquistare adesso è proprio quello a respirare. Non più solo in senso metaforico, ma soprattutto per necessità fisica.
Indossare mascherine anti-Coronavirus che soffocano e rendono disagevole la respirazione, però, non potrà mai dare la misura di ciò che ha provato l’uomo di colore americano prima di morire strozzato sull’asfalto. Una sensazione orribile, conseguenza di un gesto che non dovrebbe essere derubricato come un semplice incidente ad opera di una mela marcia delle forze dell’ordine. Sullo sfondo un male antico e tollerato da sempre: il razzismo, più potente e distruttivo del Covid-19 e per il quale non c’è neppure la speranza di un vaccino.
Neri, gay, lesbiche, trans, in particolare, vivono ogni giorno la loro personale “guerra” di sopravvivenza, cercando di conquistare quel diritto a respirare dato in dono dalla natura a ogni essere umano. I razzisti, consapevoli e inconsapevoli, dovrebbero fermarsi a riflettere su questa esigenza fondamentale prima di sentenziare o, peggio, agire contro la dignità di ogni uomo. I loro atti intolleranti e xenofobi minano, inconsapevolmente, la loro stessa libertà e spezzano la società lanciandola in un processo di deumanizzazione irreversibile.
Oggi è il 2 giugno e in Italia si festeggia la nascita della Repubblica, un esempio emblematico di riconquista della libertà, un ritorno al respiro per un popolo intero affrancato dall’asfissiante monarchia. “Prima di questo virus l’umanità era già minacciata di soffocamento – ha scritto recentemente il filosofo camerunense Achille Mbembe – e come abbiamo visto in questi mesi sono state proprio le categorie sociali più fragili ad aver esposto maggiormente la vita a questa pandemia, i neri negli Stati uniti in primis”.
Mbembe ha evidenziato con forza come la guerra dev’essere non nei confronti di un virus in particolare, ma contro tutto ciò che condanna la maggior parte dell’umanità all’arresto prematuro del respiro, contro tutto ciò che attacca le vie respiratorie. Per il filosofo si deve ambire al diritto universale a respirare. Per questo è necessario ribellarsi allo stato delle cose, in nome di tutti i George Floyd che lo hanno rivendicato fino all’ultima agognata boccata d’aria.