Ad accomunarli non è solo il triste epilogo della loro vita: entrambi assassinati per le idee rivoluzionarie che sostenevano, ma soprattutto l’inconsapevole legame ideale, cementato dalla coerenza, dal senso di giustizia e dalla voglia del cambiamento. A distanza di 42 anni le figure di Aldo Moro e Peppino Impastato, così diverse tra loro per cultura ed estrazione sociale, sembrano trovare coincidenze sempre più forti che, tuttavia, restano scandite per ognuno di loro nel proprio contesto, dentro e fuori le istituzioni.
Quel 9 maggio del 1978 furono trovati tutti e due morti, a molti chilometri di distanza, per difendere i loro principi di legalità e di correttezza. Un democristiano, l’uomo delle istituzioni Moro, e un comunista, il giornalista e sindacalista Impastato. Ciò che di più lontano si può immaginare, in particolare in quegli anni di pressanti condizionamenti ideologici, eppure sono tante le coincidenze che, a distanza, li avvicinano.
Il presidente della Democrazia cristiana Moro venne materialmente ucciso dal gruppo terroristico delle Brigate Rosse, dopo un periodo di prigionia in uno stanzino chiuso e buio di due metri quadrati. Il suo cadavere crivellato di colpi fu ritrovato in una Renault 4 in via Caetani a Roma. Il corpo senza vita di Impastato, invece, fu imbottito di tritolo e fatto saltare sulla linea ferroviaria Palermo-Trapani dalla mafia siciliana.
Due omicidi brutali, necessari per fermare le loro idee destabilizzanti per “il sistema” politico-affaristico-criminale di quegli anni. Moro cercava di costruire un ponte tra cattolici e comunisti che consentisse di portare avanti importanti riforme nel mondo del lavoro, nella scuola e nella sanità. Peppino Impastato lottava contro la mafia a Cinisi, denunciando attraverso un improvvisato mezzo di comunicazione, Radio Aut, gli interessi economici dei gruppi criminali con la complicità di apparati dello Stato.
Anche negli eventi che seguirono la morte dell’uomo di Stato e del giovane attivista siciliano ci sono delle analogie. Nonostante il primo fosse uno tra gli uomini più conosciuti e apprezzati d’Italia, mentre il secondo praticamente sconosciuto, per entrambi furono celebrati funerali sotto tono. L’unica differenza fu che per Moro contò la volontà dei familiari, i quali presero le distanze dalle istituzioni ritenendo che lo Stato italiano poco o nulla avesse fatto per salvare la sua vita; invece per Impastato si tentò di insabbiare l’omicidio, facendo credere che il ragazzo si fosse suicidato. Alle esequie del giornalista parteciparono migliaia di giovani compagni, nell’indifferenza della gente del paese di Cinisi, nascosta dietro l’omertà delle finestre chiuse.