Ernesto Mahieux figura tra le personalità di spicco del panorama culturale napoletano per aver affiancato nel corso della sua carriera, nel settore teatrale e cinematografico, artisti riconosciuti a livello nazionale e internazionale, quali Marcello Mastroianni, Giancarlo Giannini, Jack Lemmon e registi altrettanto significativi quali Ettore Scola, con la partecipazione al film Maccheroni, o Marco Risi, con Fortapàsc, dedicato al giornalista ucciso dalla camorra Giancarlo Siani.
Dopo aver trascorso la sua infanzia e giovinezza a Napoli, indirizzato dal padre alla passione per la musica e il teatro, decide sin da subito di intraprendere la sua carriera in tale settore trasferendosi prima a Roma e poi a Milano per recitare in compagnie underground, che lo hanno portato ad accrescere col tempo la sua notorietà, facendo di lui un’eccellenza del nostro Paese, confermata dai riconoscimenti che ha ricevuto nel corso degli anni, tra cui il David di Donatello nel 2003 come miglior attore non protagonista per il film L’Imbalsamatore, diretto da Matteo Garrone.
Ernesto, ad una prima lettura delle sue esperienze lavorative emerge la sua immediata volontà di dedicarsi al mondo dello spettacolo. Come è riuscito a raggiungere il suo obbiettivo e chi o cosa l’ha incoraggiata a percorrere questa strada, per quanto tortuosa potesse sembrare?
“La scelta di fare l’attore, almeno in passato, era una vocazione perché all’epoca con questa professione si andava incontro ad una grossa difficoltà nella ricerca di lavoro. Oggi è più semplice per il fatto che c’è molto più spettacolo televisivo, cinematografico, al contrario del passato. Quindi il cammino verso l’arte lo si iniziava per vocazione, per passione e amore: quando ami qualcosa, non puoi rinunciarci. Nel mio caso, la vocazione è nata dall’infanzia vissuta con mio padre, che mi ha sempre narrato del teatro, facendomi ascoltare commedie in radio, non essendoci la tv, o interpretandomi monologhi. Gli anni con lui sono stati determinanti”.
La sua produzione artistica spazia dal settore cinematografico a quello teatrale. Ci saprebbe descrivere le esperienze più significative e le persone che maggiormente hanno segnato il suo percorso?
“Ho avuto la fortuna di sperimentare un po’ di tutto nel mondo dello spettacolo: teatro, cabaret, cinema. Ciascuna delle esperienze vissute è stata significativa per il mio percorso, ha costituito un tassello fondamentale della mia carriera. Forse la sceneggiata ha avuto un ruolo importante: praticata dai più capaci attori, mi ha permesso di imparare a recitare a braccio. È essa stessa l’essenza della recitazione, perché dall’improvvisazione nasce il teatro, come quello shakespeariano. D’altra parte ogni fase della mia esperienza e ciascuna delle persone che ho incontrato mi hanno permesso di diventare ciò che sono, al di là del fatto che sicuramente ci sono stati dei momenti che mi hanno concesso una svolta determinante, come l’incontro con Garrone; infatti lui resta per me l’incontro significativo, sebbene avessi già lavorato con grandi personalità del cinema, come Mastroianni e Scola.”
Quali crede siano state a livello cinematografico le parti che ha considerato più congeniali a sé? E quelle che ritiene meglio riuscite?
“Credo che le parti che riescono meglio siano sempre quelle che sono lontane dalla propria realtà, dal tuo modo d’essere, perché danno la possibilità di sperimentarsi. Forse L’Imbalsamatore, perché rispetto al ruolo che ho recitato, nella vita sono tutt’altra cosa”.
Quali film consiglierebbe, tra quelli a cui ha preso parte, e per quale motivo?
“Ci sono dei film a cui sono particolarmente affezionato, alcuni dei quali non hanno avuto purtroppo grande fortuna. È il caso di Lascia perdere Johnny con la regia di Fabrizio Bentivoglio, ma anche Fortapàsc e Gramigna, che invece mi hanno dato grande soddisfazione, soprattutto nelle scuole. Ma in realtà li consiglierei tutti perché i film a cui ho preso parte li ho scelti con passione”.
Ha avuto, soprattutto agli esordi della sua carriera, dei modelli di riferimento nel settore cinematografico, attori o registi a cui si ispirava?
“In realtà non ho mai voluto prendere spunto da nessun attore in particolare, ho sempre voluto fare ciò che era nelle mie capacità. So bene di non poter essere Al Pacino o Robert De Niro, io sono Ernesto Mahieux e mi piace ciò che faccio perché cerco di farlo al meglio. Il mio vero obiettivo è sempre stato solo e soltanto quello di diventare attore, al di là del successo, che poi è arrivato, ma è stata una conseguenza.”
Ernesto, al momento, ci sono altri progetti a cui pensa di aprire le porte?
“Avrei dovuto iniziare le riprese per un film ad aprile, ma al momento è tutto fermo a causa della situazione provocata dal Coronavirus, quindi è tutto spostato a data da destinarsi. Diciamo che forse è questo l’insegnamento che riusciremo a trarre da questa situazione: il futuro è imprevedibile. Un mese fa avrei potuto dirti che ero impegnato per le prossime riprese di aprile, al momento non ho date e informazioni certe”.
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