Da mesi e mesi, ormai quasi un anno (il 2020 annus horribilis), mi arrovello sulla crisi del comparto spettacolo nel nostro Paese. Notte e giorno mi interrogo sulla possibile soluzione di questa crisi epocale; notte e giorno mi pongo problemi e cerco di darmi risposte brillanti e soddisfacenti. Quando, dopo una giornata intera di ozio casalingo, di sospensione dai desideri e dalle frequentazioni sociali mi appisolo davanti a una serie televisiva, in sogno la stessa crisi del settore spettacolo mi appare e mi prega di risolverla, con toni angoscianti e ultimativi.
Questo arduo dilemma in tempi di pandemia non nasce tanto da un bisogno interiore politico o economico, quanto piuttosto dall‘insofferenza che provo di fronte al gran ciarlare che se ne fa. Dall’insofferenza riguardo coloro che si pongono fatuamente il problema sui social o apparendo in televisione, sfoggiando narcisismo, carità pelose e buoni propositi rivoluzionari. Dai loro interventi caritatevoli e condiscendenti pare evidente che nessuno li abbia informati che, da molti lustri, lo spettacolo in Italia è appannaggio delle mire economiche di una lobby, emanazione della peggiore politica, incattivita dal privilegio e dalla mediocrità, e che dunque solo a questa lobby, che decide chi lavora e chi ozia tra i lavoratori, interessa tale comparto. Un settore, va detto, che pure ha tante vite sospese al filo. Un mondo di creature che han dedicato la vita all’arte estrema di materializzare sogni e a questo hanno sacrificato intere esistenze. Tant’è, ora il fantasma della crisi del comparto ci perseguita e ci scopriamo tutti bisognosi, disoccupati e rivoluzionari! Ebbene, se mi fosse promesso di smetterla finalmente di parlare di crisi del settore spettacolo, eviterei di lambiccarmi e mi metterei il cuore in pace e, contento, mi addormenterei davanti all’ultima stagione della mia serie preferita, masticando mandorle tostate. Nel frattempo, espongo qui di seguito alcune soluzioni per risolvere la crisi o, almeno, smettere di parlarne.
Quando, via Skype o in una conversazione telefonica, ci si chiede un’opinione in materia si potrebbe fingere un malore viscerale ed elevare alti lai contro la sorte e il governo che manda pioggia sul bagnato. Oppure, a scelta, declinare tutte le bestemmie note usando come oggetto il nome del ministro in carica.
Nelle Troiane di Euripide, quando Troia cade, prima di Ecuba davanti alle rovine fumanti appaiono Poseidone e Athena. I demoni dell’Olimpo scendono sulla Terra a reclamare il proprio ruolo nelle vicende terrene. È auspicabile, dunque, che con un mantra collettivo intercontinentale allo scadere del primo anno di chiusura dei teatri e dei cinema i lavoratori dello spettacolo evochino l’intero Parnaso moderno, da Santa Lucia, protettrice della vista, a San Luca evangelista, protettore di artisti, pittori, scultori e medici, a San Checcazzo, protettore degli artisti di strada, affinché corrano in loro soccorso per fulminare i potenti indifferenti e riportare l’equilibrio cosmico tra star in vena di gesti emblematici e poveri cristi in vena di un piatto caldo.
A pensarci bene, però, la soluzione più organica ed efficace è quella che ora vado enucleando. Suggerisco che si emani, con un discorso alla nazione, un editto nazionale che imponga a ogni lavoratore dello spettacolo di smettere di nutrirsi e di avere vite sociali e relazionali: un ritorno allo stato di natura primigenio, finalmente, dove i bisogni (quelli corporali stessi) siano ridotti all’essenziale e in uno stato di trance collettivo sia possibile ritrovare un senso perduto di appartenenza e di reale adesione al cosmo. Per i più nostalgici o refrattari, lo Stato fornirebbe un programma mirato di rieducazione, che, con le tecniche dell’ipnosi terapeutica o della bioenergetica, li convinca dell’immateriale necessità del cibo e dello scambio relazionale per concentrarci tutti su una più affinata fruizione del nostro io, pura essenza.
Immagino un mondo di capanne di giunco e pietra senza acqua calda, né internet, né corrente, in cui i lavoratori dello spettacolo possano, finalmente riportati a uno stato di primordiale benessere, dedicarsi al compito ultimo delle loro esistenze: speculare e immaginare, sì, ma una doccia calda, una genovese fumante, un rapporto sessuale di fianco a un camino scoppiettante. La scoperta dell’acqua calda, direte. Eppure, se si smette di dipendere dalle falene del consumismo di massa, e si torna a una sana vita spirituale, bastano un decotto di erba di muro mattina e sera e qualche frutto rubato al mercato per il pranzo, il problema crisi si risolve e tutti torniamo con passione e impegno a un’esistenza più serena, nutrendo la nostra capacità di meditazione e di ascesi, liberi dal fantasma della crisi del comparto dello spettacolo, finalmente!