La nazionale italiana ha trovato il nuovo leader e il suo nome è Lorenzo Insigne
Il fantasista e capitano del Napoli ormai s'è definitivamente imposto anche nell'Italia, che ieri sera, con la vittoria per 2-0 in Bosnia, ha condotto da migliore in campo alla qualificazione alla final four di Nations League
Il primo biennio di Roberto Mancini sulla panchina della nazionale italiana di calcio si conclude con Lorenzo Insigne che indossa la preziosa maglia numero 10 e la fascia di capitano, imponendosi in campo e fuori come leader tecnico della squadra, col commissario tecnico che durante le interviste di rito (seppure a distanza, poiché è ancora positivo al Covid-19) non esita a definirlo “fondamentale” e “insostituibile“. Si tratta, indubbiamente, della consacrazione del fantasista napoletano anche a livello di opinione pubblica italiana, mai troppo tenera nei suoi confronti e spesso poco attenta, nonostante Insigne giochi più o meno a questi stessi livelli – con pochissime pause e qualche fisiologico periodo di calo psicofisico – almeno dai tempi della gestione di Rafa Benitez come allenatore del Napoli, cioè da sei-sette anni a questa parte. Fu proprio il tecnico spagnolo, tra l’altro, il primo a convincere il fantasista di Frattamaggiore a correre avanti e indietro sulla sua fascia di competenza, senza mai risparmiarsi nemmeno in fase difensiva. Benitez amava condividere quei concetti anche con i giornalisti, ai quali spiegava spesso come, dai test effettuati dal suo staff, Lorenzo risultasse sistematicamente il calciatore con i valori più elevati della rosa in termini di “stamina” (era proprio questo il termine utilizzato), ovvero resistenza fisico-atletica.
Nel corso degli anni, grazie all’inserimento negli ingranaggi quasi perfetti della gioiosa macchina da guerra calcistica di Sarri e poi attraverso la liquidità tecnico-tattica acquisita sotto Ancelotti e infine giovandosi della piena responsabilizzazione ottenuta con l’avvento di Gattuso, Insigne è diventato un calciatore ancora più completo e consapevole, ancora limitato nel fisico ma molto più lucido a tutto campo e, soprattutto, cresciuto in maniera evidente a livello mentale, di maturità e di piena coscienza dei suoi mezzi tecnici e di quello che può essere il suo ruolo all’interno di un gruppo-squadra. Dopo le frizioni con l’ultimo Ancelotti, infatti, con Rino Gattuso il trequartista partenopeo ha parlato subito la stessa lingua e s’è visto riconoscere dall’allenatore di origini calabresi un ruolo da leader che, pur con i congeniti limiti verbali del caso, emerge ormai in pieno anche nelle dichiarazioni sempre più frequenti che fa davanti ai microfoni, oltre che all’interno del rettangolo di gioco durante le partite, che affronta ogni volta con spirito da capitano vero, a differenza di quanto fatto a volte in passato.
Lorenzo Insigne migliore in campo durante Bosnia-Italia 0-2 di ieri sera
Dal punto di vista tecnico, Insigne esprime il meglio di sé come attaccante esterno schierato largo a sinistra in un 4-2-3-1 oppure ancora meglio in un 4-3-3, con licenza di creare gioco nella linea tra centrocampisti e difensori avversari e di accentrarsi per cercare il tiro o l’assist vincente per un compagno. A questo, abbina una capacità effettivamente rara per un calciatore del suo ruolo di correre per novanta minuti quasi senza pause e di coprire lungo la fascia di competenza anche in fase difensiva, sacrificandosi spesso per riempire i vuoti lasciati dalle avanzate dei terzini sinistri con i quali di volta in volta si trova a giocare (siano essi i vari Mario Rui o Ghoulam del Napoli oppure gli Emerson Palmieri e compagnia della nazionale italiana). La sensazione – in verità un po’ spiacevole – è che nell’Italia la consacrazione di Insigne e della sua generazione sia stata semplicemente rimandata di un paio d’anni a causa del “suicidio” di un intero movimento calcistico avvenuto sotto la tremebonda e improbabile gestione tecnica di Ventura, capace di non far qualificare per i Mondiali 2018 una squadra che, se soltanto fosse stata schierata e motivata in ben altro modo, ne avrebbe invece avuto tutti i mezzi già all’epoca. Adesso, a 29 anni, il capitano del Napoli sembra giunto alla piena maturità e, sentendo forte la fiducia di Gattuso nel club e di Mancini in nazionale, potrebbe disputare da protagonista i prossimi Europei rinviati quest’anno per Covid e la fase finale della Nations League, alla quale l’Italia s’è qualificata ieri sera vincendo per 2-0 in Bosnia (con Insigne migliore in campo e da 8 in pagella quasi per tutti). Giocando in casa (tra Milano e Torino), gli azzurri tra un anno se la vedranno con le fortissime Francia, Spagna e Belgio, in una final four che promette fin da ora scintille e tanto bel gioco.
A proposito di bel gioco, mi lascia sempre un po’ stupito la superficialità con la quale gli osservatori di cose calcistiche italiane salutano ogni volta la svolta tecnico-tattica dell’Italia di Mancini (che ha, comunque, meriti enormi) contestualizzandola nel momento attuale del calcio italiano, nel quale tante squadre giocano un calcio propositivo, attivo, offensivo, basato sul possesso palla e sul dominio del gioco, su una fitta rete di passaggi e sul recupero palla immediato, sugli interscambi continui di posizioni e sull’esaltazione dell’attacco invece della difesa. In questi casi, sento citare con entusiasmo qualche esempio recente, a partire dal Sassuolo di De Zerbi, senza che nessuno abbia il coraggio e l’onestà intellettuale di ritornare un po’ più indietro con la memoria e ricordare come in Italia vi sia stata una squadra che questo calcio lo ha giocato con continuità per sei-sette anni a livello di vertice e come, volenti o nolenti, abbia contribuito a diffonderlo e farlo accettare come “normale” e non eretico nell’ambito del movimento calcistico italiano, nonostante abbia raccolto certamente meno di quanto meritasse in termini di trofei vinti: quella squadra, senza timore di apparire partigiani, è il Napoli del quinquennio Benitez-Sarri e, seppure in modo più discontinuo, del primo anno di Carlo Ancelotti all’ombra del Vesuvio. Ma di questo, magari, parleremo meglio un’altra volta.
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