Cultura
Coronavirus

La società dell’ignoranza al tempo del Coronavirus

Tra le principali vittime del Coronavirus nella folle e disorientata Italia di questo marzo 2020 c’è certamente anche la Cultura. La “stretta” derivante dai vari decreti governativi e dalle ordinanze regionali, che di giorno in giorno si susseguono dettando agli italiani nuove norme di comportamento e imponendo vincoli con l’obiettivo di contenere e bloccare il contagio da Coronavirus, ha prodotto, da oggi non più soltanto nelle varie “zone rosse” dove più grave è l’emergenza (ma, per esempio, anche in Campania), la chiusura totale fino al 3 aprile di cinema, teatri, musei, istituti culturali, sale da concerto, col conseguente annullamento di proiezioni, spettacoli, mostre, festival, presentazioni di libri, rassegne, incontri con autori, esibizioni dal vivo e così via.

Insomma, di fatto, almeno per il prossimo mese, la vita culturale degli italiani sarà inevitabilmente più povera, con conseguenti danni peraltro anche dal punto di vista economico per tutte quelle imprese – spesso piccole e medie imprese, a volte a conduzione familiare (si pensi ai piccoli cinema di provincia) – e a tutti quei professionisti (spesso già malpagati) che nel “comparto cultura” lavorano. Queste imprese e questi professionisti, a modo loro, contribuiscono grazie all’impegno quotidiano a far andare avanti l’economia di una nazione come l’Italia che, storicamente, ha proprio nel patrimonio artistico, culturale e storico-monumentale uno tra i suoi fiori all’occhiello e motivi di maggior vanto e orgoglio.

Soltanto in Campania, per esempio, nelle ultime ore sono stati cancellati – e vado a memoria – la bella rassegna sul cinema al femminile prevista per domani all’Istituto Francese di Napoli; l’uscita in sala del film Ultras, con saluti al pubblico da parte del regista Francesco Lettieri (sempre in programma domani); la grande mostra sugli Etruschi che si sarebbe dovuta inaugurare al Museo Archeologico di Napoli lunedì 16; gli appuntamenti dello storico ciclo sul cinema del reale AstraDoc; tutti gli spettacoli teatrali, cinematografici e musicali; un atteso omaggio alla compianta cineasta francese Agnès Varda organizzata dall’Università Federico II; l’attività culturale di scuole di cinema e fotografia di lunga tradizione come Pigrecoemme; la rassegna cinéphile di Mario Franco presso Casa Morra sul cinema anarchico. E persino un evento da oltre 160mila spettatori (è il dato dello scorso anno!) come Comicon, il salone internazionale del fumetto e della cultura pop, previsto dal 30 aprile al 3 maggio, è stato rinviato di due mesi, in date ancora da stabilire tra fine giugno e inizio luglio.

Non oso nemmeno pensare allo sconforto di chi ha lavorato per mesi all’organizzazione di un evento, spendendovi soldi ed energie, per voi vedersi costretto a buttare via tutto e, nel migliore dei casi, ricominciare da zero per ri-programmarlo più avanti. Certo, però, in tempi eccezionali servono misure eccezionali. E se questa serratissima “stretta” riuscirà a fermare la diffusione del Coronavirus e a farci tornare in tempi non troppo lunghi alla normalità, probabilmente ne sarà persino valsa la pena.

Ciò che mi lascia perplesso, però, è l’asimmetria contenuta in questi decreti e in queste ordinanze. Perché, per esempio, non posso andare al cinema per un mese ma sono libero di pascolare per intere serate in un baretto del centro storico, circondato da centinaia di altre persone, una addosso all’altra, in barba a qualsiasi indicazione di legge sulla distanza minima da tenere nelle occasioni sociali? Perché devo rinunciare ad andare al museo ma posso continuare a consumare i miei drink in compagnia in locali pubblici che – come denunciato ancora oggi nel suo nuovo videomessaggio dal presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca – continuano a essere gestiti in modo irresponsabile e superficiale? Che ratio si nasconde dietro queste differenze? E, soprattutto, strutturate e applicate così queste disposizioni servono davvero a fermare il diffondersi del Coronavirus?

Chi vuol pensar male potrebbe concludere che, in modo mi auguro inconscio, le misure in atto vadano a colpire esattamente tutto ciò che mira a elevare l’animo umano e, magari, a disporlo anche ad affrontare meglio l’emergenza in atto (perché la cultura produce sempre consapevolezza), mentre lasciano più o meno correre quelle pratiche più “basse” e basiche, che per le loro intrinseche modalità di svolgimento, tra l’altro, sono certamente più dannose per la collettività, sul breve, sul medio e sul lungo periodo.

Ma, molto probabilmente, una società che pensa soltanto al gozzoviglio non eviterà comunque il Coronavirus, di certo però s’ammalerà anche del virus dell’ignoranza. E da quello sarà ben più difficile guarire.

 

Segui già la pagina Facebook Il Crivello.it

[Sassy_Social_Share]