Le due Napoli della criminalità comune e delle truffe finanziarie nel documentario “La conversione” di Giovanni Meola
Presentato al Roma Independent Film Festival, il nuovo lavoro del regista e drammaturgo partenopeo incrocia le storie e le vite dell'ex ladro-contrabbandiere Peppe De Vincentis e dell'ex bancario Vincenzo Imperatore
“Chi pò maje dicere ‘o ffuturo ‘e n’ato?”: è questo che si domanda l’ex galeotto Peppe rivolgendosi a Enzo, ex manager bancario. Chi può mai prevedere il futuro di un’altra persona? Nessuno. Certo è, però, che è sempre possibile raccontare il passato. Ed è questo ciò che fanno i due protagonisti del documentario ideato e diretto dal regista napoletano Giovanni Meola, La conversione, che ieri ha debuttato in prima mondiale al Roma Independent Film Festival e che resterà disponibile in streaming fino all’8 dicembre.
Quelle narrate da Meola sono due storie in parallelo, due facce solo in apparenza lontane di una Napoli piena di insidie in ogni ambiente: Giuseppe De Vincentis, nato nei Quartieri spagnoli a metà anni Cinquanta, con un’infanzia vissuta nella baraccopoli (detta campo del male) di via Cavalleggeri d’Aosta e una vita trascorsa tra rapine e carceri, e Vincenzo Imperatore, classe 1963, con una laurea in Economia e commercio e una storia da manager per Unicredit dal 1991 al 2013. “Sono entrambi uomini che hanno fatto dell’eccellere nei loro campi una sorta di ossessione”, spiega il regista Meola, drammaturgo partenopeo. E precisa: “Rapinatore sopraffino uno e venditore e implacabile l’altro”.
Il regista Giovanni Meola sul set con Vincenzo Imperatore (foto di Nina Borrelli)
L’opera, prodotta dallo stesso regista per Virus Film e nata sulla base di anni di frequentazione con i due protagonisti, conduce la narrazione su una tripartizione temporale tra un presente trasformato, un passato prossimo sporcato e un passato remoto segnato. L’oggi racconta di un Imperatore divenuto consulente aziendale a tutela degli abusi delle banche dopo aver pubblicato nel 2014 un’autobiografia (Io so e ho le prove, Chiarelettere) nella quale si autodenunciava confessando le truffe del sistema finanziario e creditizio e di un De Vincentis scopertosi attore e autore (nel 2013 ha scritto l’autobiografia Il campo del male, Tullio Pironti Editore) dopo l’ultima carcerazione a Benevento. Il resoconto del passato prossimo, invece, è caratterizzato per entrambi da fatti e misfatti: strutture matematico-malavitose fondate su prodotti bundle e prestiti fraudolenti da un lato, rapine, furti, contrabbando e criminalità dall’altro.
“Non voglio nascondermi più”, dice a un tratto Giuseppe rivolto all’obiettivo, “Voglio dire quello che ho fatto”. Ed è così che tutto si illumina con purezza e crudele sincerità, in una confessione a due voci che trova il suo vertice durante una cena faccia a faccia nell’abitazione spoglia di Giuseppe, quando i due si parlano e si interrogano sulle proprie incredibili vite svelando il medesimo desiderio di indovinare, ognuno a suo modo, uno spietato ascensore sociale.
Peppe De Vincentis ne La conversione
La macchina da presa, diretta da Meola e guidata dal direttore della fotografia Rosario D’Angelo, ritrae, attraverso un corpo a corpo che pedina i protagonisti come un segugio, una narrazione tutta verbale (accompagnata dalle musiche originali, voce e fisarmonica, di Daniela Esposito). Nessuna foto, nessun articolo di giornale, nessun materiale d’archivio. Una parola creatrice di per sé, autobiografica, che finisce per scortare Vincenzo e Giuseppe nei luoghi dove sono cresciuti, negli spazi fondativi del loro passato remoto. La ripresa cinematografica, dunque, oltre che memoriale, si fa ritorno, fisico e sensoriale. L’Istituto Salesiano Don Bosco o la filiale del Credito Italiano dove Vincenzo ha imparato la competitività, il cortile dell’ex carcere minorile Filangieri (oggi bene comune culturale-sociale Scugnizzo Liberato) o la cella dell’ex Opg dove Giuseppe ha tentato il suicidio: ogni superficie viene riattraversata nel tentativo di stanare le emozioni sedimentate.
Peppe e Vincenzo assumono così le sembianze di due moderni angeli novi benjaminiani che vengono ripresi dall’occhio della camera nell’atto di allontanarsi, mentre fissano il loro sguardo su un passato che ha accumulato rovine su rovine in una catena di eventi infranti. Attraverso l’atto del narrare (e ancor di più, dello scrivere), il loro ricordo catastrofico si fa redento, il presente si affranca, il futuro inverte direzione e si rivolge in una conversione colma di un attaccamento ostinato alla vita.
Questo sito Web utilizza i cookie. Continuando a utilizzare questo sito Web, acconsenti all'utilizzo dei cookie. Visita la nostra Privacy Policy. Accetto