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Home Cronaca

Mario De Michele: “Al di là delle minacce mi preoccupano di più le scarcerazioni dei piccoli e medi affiliati ai clan”

Pier Paolo De Brasi di Pier Paolo De Brasi
6 Maggio 2020
in Cronaca
de michele

de michele

Le inchieste sulle collusioni fra politica e criminalità, la corruzione, gli appalti, i lavori pubblici. Il lavoro giornalistico di Mario De Michele ha probabilmente un peso su ciò che gli è capitato nella notte fra il 3 e il 4 aprile. Tre colpi di pistola verso la sua abitazione, dopo l’agguato del novembre scorso mentre era in automobile. Un bis inaspettato, come ammette il direttore di Campanianotizie.com, ma che arriva in un momento delicato, con le scarcerazioni di quest’ultimo periodo e il rischio di tornare indietro, quando i tempi erano ancora più bui.

De Michele, lei ha puntato il dito sulle scarcerazioni, non su quelle dei boss, ma quelle che riguardano la media e piccola manovalanza. Perché?  

“Ho voluto porre l’attenzione alle scarcerazioni non come fa l’informazione italiana che prende un simbolo, ne parla per un po’ e poi fa calare l’attenzione. Il tema delle scarcerazioni è serio e preoccupante, riguarda anche i boss locali non solo del calibro di Pasquale Zagaria. La scarcerazione di questi personaggi non solo è un segnale devastante, ma rischia seriamente di buttare all’aria anni di sacrifici e di impegno delle forze dell’ordine e della magistratura. Faccio un nome su tutti, l’attuale Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, ma come lui tanti altri che hanno messo in campo capacità umane e professionali, mettendo a rischio la loro vita per sgominare il clan dei Casalesi. Non abbassare la guardia e lo dico a maggior ragione nei confronti di quella politica che si riempie la bocca di belle parole e poi non si accorge della gravità della scarcerazione dei luogotenenti nei nostri territori, piccoli e medi affiliati ai clan che, a differenza dei grossi calibri, vanno ai domiciliari non molto lontano dalle loro zone di influenza. Una scarcerazione che io definisco l’indultino con la mascherina, con boss e affiliati mandati a casa nelle loro città, nei luoghi dove hanno spadroneggiato per anni e hanno ancora consenso sociale”.

Ci sono casi concreti da cui ha dedotto questo pericolo?

“Dieci giorni fa, dai domiciliari a Gricignano d’Aversa, c’è chi ha avuto il coraggio di pubblicare un post sul suo profilo Fecebook annunciando, con toni trionfalistici e di giubilo, la scarcerazione dello zio. Sotto il post sono comparsi centinaia di like e commenti festosi, con tanto di bottiglie di champagne e fuochi d’artificio virtuali, come una grande festa social. Scorrendo i nomi dei partecipanti alla festa si può facilmente notare come il criminale e il suo clan locale abbiano ancora consenso sociale e radicamento sul territorio. Così è per tanti altri che, una volta a casa, hanno sulla carta i domiciliari, ma in realtà sono in semi libertà. Questo implica la possibilità di ricostituire di nuovo il clan a livello locale e riappropriarsi del territorio, nonostante siano stati fortemente ridimensionati grazie all’opera di magistrati e forze dell’ordine”.

Naturalmente non può dirci nulla sulle indagini riguardanti l’ultimo attentato nei suoi confronti, ma ritiene quindi che possa essere stato, diciamo, favorito dalle scarcerazioni?

“Sono molto fiducioso, credo nell’attività investigativa sia dei carabinieri del gruppo di Aversa sia della magistratura, ma non posso dire nulla in merito. Una mia personale impressione è che sì, ci potrebbe essere un nesso fra le due cose”.

Ma dopo gli spari subiti nel novembre scorso mentre era in macchina, si aspettava un innalzamento del tiro e nuove minacce, con l’esplosione di colpi di pistola davanti casa sua?  

“Assolutamente no, non l’avrei né immaginato e né pensato. Dopo l’attentato di novembre, questo lo reputo molto più grave. A novembre non ero scortato, non c’era quell’attenzione intorno al mio nome che c’è stata subito dopo, poi sono arrivate le scarcerazioni e un clima molto particolare, dove si rischia un corto circuito politico-istituzionale, con lo scontro Di Matteo-Bonafede. Tutto ciò dovrebbe far interrogare la politica a non limitarsi a fare i proclami anticamorra immediatamente dopo le scarcerazioni per arginare gli enormi danni fatti. Perché poi non sarà tollerabile che si pianga sul latte versato”.

Lei tende a portare il discorso a livello generale, ma questa volta l’agguato ha coinvolto anche la sua famiglia.

“Non voglio parlare del raid, voglio andare nel merito della questione, perché ciò che è capitato a me può capitare a centinaia di altri colleghi. Non dobbiamo sforzarci a comunicare e parlare solo dei simboli, dei boss più grossi e sottovalutiamo le seconde, terze e quarte file delle criminalità”.

Cosa si augura adesso?

“Non posso augurarmi più nulla, perché chi deve lavorare su ciò che ho subito lo sta facendo al massimo delle sue possibilità. Il gruppo dei carabinieri di Aversa sta facendo un lavoro irreprensibile. Pochi minuti dopo che li ho avvertiti, alle due di notte, il capo del nucleo investigativo di Aversa Gabriele Tadoldi e il comandante del gruppo Donato D’Amato sono arrivati immediatamente a casa mia, loro con decine di carabinieri, per effettuare i rilievi del caso. Così come ho avuto il sostegno del capo della Procura di Napoli Giovanni Melillo e del prefetto di Caserta Raffaele Ruberto. Non posso aspettarmi più di quello che stanno facendo e per questo li ringrazio. Così come ringrazio il sottosegretario Carlo Sibilia, l’unico politico sul piano nazionale che è intervenuto con forza e mi ha inviato un messaggio concreto, di solidarietà sentita, vera. Ora spero che chi ha la possibilità di bloccare questo scempio delle scarcerazioni lo faccia. La politica ha i poteri per farlo. Me lo auguro nell’interesse del territorio. Egoisticamente potrei dire per me, ma bisogna dare speranza alle nuove generazioni, perché con queste ultime scelte costringiamo i nostri figli ad andarsene via da qui o ingrossare le file della camorra”.

 

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Tags: Casapesennaclan dei casalesi
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