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Operazione “Petrol-mafie Spa”: sgominato giro d’affari miliardario della camorra nel settore petrolifero (Video)

Al vertice del sistema affaristico-criminale c'era il clan Moccia di Afragola, il quale aveva stretto rapporti con il mondo dell'imprenditoria napoletana e romana

Giuseppe Cerreto di Giuseppe Cerreto
8 Aprile 2021
in Cronaca

L’operazione denominata “Petrol-mafie Spa” conclusasi stamane con l’arresto di una settantina di indagati in tutta Italia in seguito a una maxi operazione condotta dalla guardia di finanza dimostra quanto la criminalità organizzata abbia allungato i propri tentacoli in un settore estremamente redditizio e remunerativo come quello petrolifero. Le indagini condotte dalla Direzione distrettuale antimafia tra Napoli, Roma, Catanzaro e Reggio Calabria hanno fatto emergere il sistema criminale ormai consolidato venutosi a creare in questi anni tra le società impegnate nel business dei petroli e importanti pezzi di organizzazioni mafiose, in particolare di camorra e ‘ndrangheta. Dall’operazione, che ha coinvolto oltre mille uomini delle forze dell’ordine, è emersa l’imponente mole d’affari che vedeva al vertice della gestione criminale del traffico di petroli tra Campania e Lazio il clan Moccia di Afragola mentre sul versante calabrese erano numerose le cosche che avevano messo le mani su questo enorme giro di soldi sia nel Reggino che nel Catanzarese. In totale sono state adottate 71 misure cautelari emesse nei confronti di altrettanti indagati mentre i sequestri effettuati dalle fiamme gialle ammontano a quasi un miliardo di euro. I reati contestati a carico degli indagati riguardano altresì l’associazione mafiosa, il riciclaggio di denaro e la frode fiscale di prodotti petroliferi. 

Le indagini condotte dalla Direzione distrettuale antimafia si sono focalizzate sui rapporti stretti tra il sodalizio camorristico dei Moccia e la società romana Max Petroli Srl. Il clan afragolese è infatti diventato, nell’ultimo decennio, una delle organizzazioni criminali più potenti della Penisola, con un business legale e illegale immenso, che spazia dal settore immobiliare a quello delle costruzioni fino alla gestione di imprese ben radicate nel settore petrolifero. Le attività investigative, partite nel 2015, hanno dimostrato come il boss Antonio Moccia, ai vertici del clan, avesse stretto importanti legami d’affari con imprenditori di prim’ordine nel settore, in particolare con l’impresario A. C., oltre che con tutta una claque di professionisti e di colletti bianchi facenti parte degli ambienti più esclusivi della borghesia partenopea e romana, i quali non disdegnavano affatto di scendere a patti con la camorra. 

Il gruppo affaristico-criminale messo su dai due aveva instaurato un canale di rapporti preferenziali con la Max Petroli Srl, poi trasformatasi in Made Petrol Italia Srl, che l’imprenditrice romana A. B. aveva ereditato dal noto petroliere S. D. C. La responsabile della società, trovandosi a fronteggiare la grave crisi finanziaria nella quale era caduta l’azienda, aveva stretto degli accordi vantaggiosi sia con A. C. che con Antonio Moccia al fine di ottenere importanti iniezioni di liquidità con lo scopo risollevare le sorti dell’impresa da lei gestita. Nel solo giro di tre anni, grazie all’aiuto finanziario della camorra, la quale riciclava e reinvestiva il proprio patrimonio ricavato dalle attività illegali, il volume d’affari della società era passato da soli nove milioni a ben 370 milioni di euro. L’imprenditrice romana non solo avrebbe sfruttato al massimo il denaro messo a disposizione dalla camorra ma avrebbe anche costituito con quei soldi una ventina di società “cartiere” per mettere in atto diverse azioni fraudolente sotto il profilo fiscale. Con questo escamotage l’azienda eludeva, attraverso compravendite totalmente cartolari di idrocarburi e olii minerali, le pretese erariali, garantendo la fornitura di petrolio a basso costo all’interno del circuito delle cosiddette “pompe bianche”. 

Le operazioni finanziarie illegali poste in essere dagli indagati permettevano loro di condurre una vita molto agiata, all’insegna dello sfarzo, della ricchezza e del lusso sfrenato. Non a caso disponevano di sontuose abitazioni, di gioielli preziosi, di oro in quantità, di orologi di pregio e di auto costosissime. La stessa A. B., nel mese di maggio del 2019, fu fermata a bordo di una lussuosissima Rolls Royce, simbolo indiscusso del “potere economico”, alla frontiera di Ventimiglia tra Italia e Francia. In tale occasione la donna, che si stava recando a Cannes per partecipare al prestigioso e blasonato festival internazionale del cinema in qualità di ospite, fu trovata in possesso di oltre 300mila euro in contanti. Tale scoperta rappresentò il preludio di successivi accertamenti condotti all’interno del lussuoso albergo milanese nel quale l’imprenditrice soggiornava: durante le perquisizioni furono altresì rinvenuti nelle sue stanze altri 1,4 milioni di euro in contanti. Tale ingente somma di denaro venne posta conseguentemente sotto sequestro da parte degli inquirenti. 

Il clan Moccia, nel frattempo, aveva stabilito il proprio quartier generale criminale all’interno degli uffici napoletani dell’imprenditore A. C.: qui venivano gestiti gli affari illeciti e veniva coordinata la compravendita dei prodotti petroliferi assieme a un vorticoso giro di fatturazioni su operazioni e movimenti finanziari inesistenti. Le operazioni bancarie del clan avvenivano esclusivamente utilizzando circuiti on-line, così da non attirare l’attenzione del fisco. Una volta effettuati i falsi bonifici per il pagamento degli idrocarburi era necessario, per il sodalizio, monetizzare le somme corrispondenti all’Iva non versata: ciò era reso possibile sfruttando in pieno il ruolo delle società “cartiere”. Per la raccolta delle somme derivate dalla frode messa in atto il clan Moccia si avvaleva di un’organizzazione parallela, ben strutturata tra Napoli e Roma, dedita al riciclaggio di denaro. A tal proposito le “cartiere” gestite dal gruppo criminale, una volta introitate le somme derivanti dalle forniture, effettuavano con regolarità ingenti versamenti di denaro a società terze, simulando pagamenti di forniture in realtà mai avvenute. A questo punto della “catena di montaggio” interveniva l’imprenditore partenopeo il quale provvedeva a prelevare il denaro con l’ausilio di contrabbandieri i quali, a loro volta, trattenevano una percentuale degli incassi. 

La grossa mole di denaro gestita era il risultato del reinvestimento degli introiti generati dalle attività illecite del clan Moccia, il quale si trovava così a dirigere un intero settore apparentemente legale dell’economia, producendo tuttavia ulteriori guadagni tramite le frodi fiscali poste in essere: un effetto moltiplicatore dalle doppie conseguenze nefaste, capace da un lato di sbaragliare la concorrenza nel mercato assicurando così il monopolio incontrastato della camorra, e dall’altro di arricchire a dismisura la potenza economica del clan. La struttura criminale si avvaleva del lavoro di ulteriori referenti che agivano nella Capitale i quali avevano il compito di effettuare prelievi in contanti sui conti correnti sia delle società “cartiere” che di numerosi prestanome. Le risorse finanziarie, una volta raccolte, venivano inviate tramite appositi corrieri nel Napoletano i quali provvedevano a restituire il denaro guadagnato dal riciclaggio ai vertici del clan Moccia, chiudendo così l’enorme cerchio compiuto dalla circolazione del denaro sporco.

Il ruolo dei tre indagati posti al vertice dell’organizzazione criminale è stato dunque fondamentale nella gestione degli affari illeciti. In particolare è emerso lo stretto rapporto tra l’imprenditore napoletano A. C. e l’imprenditrice romana A. B. in quanto il primo era diventato de facto il principale azionista dell’azienda petrolifera gestita dalla donna. La stessa A. B. si è dimostrata scaltra e ben radicata sia negli ambienti dell’alta borghesia capitolina che in quelli della criminalità organizzata partenopea, costituendo un ponte di contatto tra i due mondi. Il patto siglato dai tre aveva permesso di guadagnare un’ingente mole di denaro, dimostrando così quanto possano essere estremamente proficui e remunerativi gli accordi tra imprenditoria e mondo mafioso.

Grazie a questo sistema ben collaudato e funzionale il clan Moccia di Afragola era diventato egemone nella gestione del business petrolifero in Campania, situazione che aveva tuttavia creato in passato anche diverse frizioni con i clan rivali. Lo stesso A. C. aveva infatti subito due attentati durante i quali furono esplosi diversi colpi di arma da fuoco nei suoi confronti. Per tale ragione venne chiesta una mediazione che potesse permettere l’entrata in affari di altri sodalizi criminali interessati al settore: di conseguenza, attraverso la stipula di una vera e propria “pax mafiosa”, fu garantito l’ingresso all’interno del sistema imprenditoriale e la cessione di alcune quote azionarie legate alla gestione degli impianti di carburanti al clan Mazzarella, sodalizio criminale egemone nel capoluogo partenopeo e nel Vesuviano. In questo modo, per oltre un decennio, sono proseguiti incontrastati gli affari criminali dei Moccia, i quali hanno gestito per lungo tempo interi settori legali dell’economia.

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Tags: camorraclan MocciaOperazione "Petrol-mafie Spa"
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