Una rete di riciclaggio di denaro che dalla provincia di Firenze arrivava fino al Napoletano. È il sistema criminale scoperchiato dall’operazione Vello d’oro II, che ha portato i carabinieri del comando provinciale di Firenze a dare esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare a Napoli nei confronti Vincenzo Bocchetti e Ciro Taglialatela, figlio di Bruno, esponente di spicco del clan camorristico partenopeo Lo Russo.
I due, operando come referenti delle ditte Brupel e World Pellami, aziende attive nel settore del commercio di pellami con sede a Casavatore, trasferivano ingenti somme di denaro di provenienza illecita verso aziende toscane con sede nella provincia di Firenze. Il complesso meccanismo di transazioni e false fatturazioni, venuto alla luce a seguito delle attività investigative dirette dal sostituto procuratore Giuseppina Mione, era già stato riscontrato in forma analoga nel corso dell’indagine Vello d’oro, che il 19 febbraio 2018 portò all’esecuzione di ordinanze di custodia cautelare a carico di 14 indagati. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Bocchetti e Taglialatela ricevevano ordinativi fittizi di merce attinente al comparto conciario dalle imprese toscane, site nel distretto al confine tra le province di Firenze e Pisa e in larga parte già coinvolte nella precedente indagine. A seguito della ricezione dei pagamenti tramite bonifico bancario, i due emettevano false fatture aventi ad oggetto i fittizi ordinativi per poi consegnare, in luogo della merce indicata, centinaia di migliaia di euro in denaro contante di provenienza illecita, per importi inferiori a quanto ricevuto a titolo di pagamento delle fatture. Il tutto, grazie anche a una rete di spedizionieri compiacenti.
Il denaro così trasferito veniva impiegato dalle ditte toscane principalmente per retribuire prestazioni “fuori busta” dei lavoratori dipendenti, al fine di ridurre gli esborsi di carattere previdenziale.
Le fatture per operazioni inesistenti, invece, venivano utilizzate dagli imprenditori toscani coinvolti per dichiarare elementi passivi fittizi e, così facendo, evadere le imposte sul reddito o sul valore aggiunto: annotando in contabilità le fatture, infatti, abbattevano gli utili delle proprie aziende, registravano un credito iva fittizio e, quindi, riuscivano a scaricare sull’erario il costo del finanziamento illecitamente ottenuto. Le indagini della Procura distrettuale antimafia di Firenze sono state portate avanti anche grazie all’impiego di attività tecniche e accertamenti di natura contabile e bancaria. È stato così dimostrato che, nell’estate del 2015, i due indagati napoletani fossero subentrati a soggetti calabresi legati alle famiglie di ‘ndrangheta Nirta e Barbaro, rilevando i rapporti illeciti di natura economica con gli imprenditori toscani. Il ruolo di intermediario fra le ditte del Fiorentino e i malviventi era invece rimasto, sia con i calabresi sia con i napoletani, a Cosma Damiano Stellitano, già tratto in arresto. Sono in totale 18 le persone attualmente indagate, tra questi si annoverano collaboratori di Taglialatela e Bocchetti, titolari di imprese toscane e responsabili di ditte di spedizioni, tutti già destinatari di decreti di perquisizione e avvisi di garanzia eseguiti nell’ottobre 2018 nei confronti di 28 abitazioni e sedi di imprese.

