Ha oltre 40 anni di esperienza come medico di base e ha sempre seguito i suoi assistiti con “empatia e creando quell’intimità giusta” da poter capire come affrontare anche situazioni di emergenza. Per combattere il Coronavirus la dottoressa Rosa Caduto, oltre alla terapia, ha messo in campo la conoscenza delle persone che le hanno dato fiducia.
Dottoressa, qual è la procedura che segue se si accorge che un suo assistito è un sospetto caso di Covid-19?
“Nel caso sospetto di Covid 19, il medico di famiglia esegue un primo triage telefonico e, se il sospetto è elevato, indirizza il paziente verso la procedura Covid-19, altrimenti consiglia al paziente di rimanere a casa in una sorta di quarantena non ufficiale e prosegue con una un’assistenza telefonica”.
In questo periodo i contatti diretti sono ridotti allo stretto necessario e quindi il telefono è fondamentale. Bisogna conoscere bene i propri assistiti per capire se e quando intervenire con la terapia?
“Ho 41 anni di esperienza da medico di famiglia e ho sempre intrapreso il mio lavoro con empatia e anche la giusta intimità verso i miei assistiti. Riesco, quindi, a riconoscere anche al telefono se la persona con cui sto parlando si allarma troppo oppure ha qualche ragione per preoccuparsi. Devo dire che in questo senso una grande mano la dà la tecnologia. Invio le ricette sulla mail e loro le stampano oppure usiamo molto Whatsapp. Per esempio ho inviato un messaggio a tutti i miei assistiti in cui li ho invitati a non esitare a contattarmi anche in queste festività pasquali se avessero dei sintomi riconducibili al Covid-19. Devo dire che mi hanno risposto entusiasti, ringraziandomi della disponibilità perché si sono sentiti protetti e accuditi. Sono le piccole soddisfazioni di questo lavoro”.
Tornando alle procedure ha, quindi, avuto modo di contattare le Unità speciali di unità assistenziale, cioè le Usca, quando si è trovata di fronte un sospetto caso di Covid-19?
“All’inizio con le Usca non trovavamo il giusto ingranaggio per collaborare, la giusta comunicazione e c’era un po’ di disorientamento. Col tempo le cose sono migliorate e adesso stiamo iniziando a collaborare. Bisogna sempre pensare che è un nuovo organo nato per un’emergenza sanitaria”.
Lei, quindi, come procede nel controllo a distanza di un sospetto caso di Covid-19?
“Fin quando posso cerco di curare i pazienti in prima persona, seguendo i protocolli della terapia domiciliare. Ogni volta che ce n’è stato bisogno ho chiesto la collaborazione del 118. Ho trovato disponibilità, competenza e anche umanità. I test li fanno rapidamente. Nei tre casi di positività al Covid-19 che ho fra i miei assistiti, nel giro di 5 ore mi hanno dato la risposta. Anche all’ospedale di Maddaloni, dove è ricoverato l’unico dei miei tre assistiti positivi, ho riscontrato la disponibilità dei medici con cui comunico quasi ogni giorno”.
Si parla tanto della terapia con l’idrossiclorochina, ma non è facile trovarla. Lo conferma?
“In qualche farmacia è rimasta in scorta e si può avere la consegna tramite la protezione civile o il 118, ma ho dovuto prescriverla io. Il farmaco è necessario anche per i pazienti affetti da patologia reumatica cronica. A queste persone sicuramente non può mancare. Per loro esiste un canale che ci permette di avere le forniture della stessa farmacia, tramite l’approvvigionamento assicurato direttamente dalle aziende farmaceutiche. Un grazie anche ai farmacisti che hanno dato la loro disponibilità a consegnare il farmaco. Io ho iniziato a prescrivere l’idrossiclorochina ai miei assistiti che hanno avuto sintomi del Covid-19, pur non avendo fatto il tampone. In effetti, ci sono stati dei miglioramenti dei sintomi fin dalla prima somministrazione. Anche dall’ospedale di Maddaloni, per l’assistito intubato con gravi problemi ai polmoni già pregressi, mi hanno detto che la terapia era adeguata e corretta. Ho seguito il protocollo che applicano nel Nord Italia, in primis con idrossiclorochina, con gli anticoagulanti, più l’antibiotico, le vitamine C e D e il fluidificante, chiaramente tutto questo coadiuvato da paracetamolo o altra sostanza in caso di febbre alta”.
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