Undoing. Letteralmente rovina, distruzione, perdita. Quello che ci restituisce la nuova miniserie thriller targata Hbo è il progressivo sgretolamento, dentro una vorticosa spirale di bugie e di segreti, di quel modello di felicità familiare costruito sul benessere individuale, sul culto dell’elitarismo e sull’oligarchia dei sentimenti. Quel modello esclusivo che crede nella propria infallibilità e che fa del suo status l’emblema pedagogico per impartire lezioni di vita al resto della società. Il rumore che accompagna il crollo di questo mondo autarchico e olimpico ha l’eco di un’improvvisa esplosione di follia che ne amplifica la disfatta. Perché lo coglie impreparato e lo scopre vulnerabile in quella che da sempre è la sua forza: la pretesa di normalità.
Il canovaccio della crisi dei rapporti familiari che si frantumano sotto i colpi della pazzia umana, di kubrickiana memoria, viene qui sapientemente esteso al profilo professionale dei protagonisti: Jonathan e Grace Fraser. Lui, oncologo pediatrico, è impersonato da un Hugh Grant in grande spolvero, che esce dalla dimensione romantica da gentleman alla quale ci aveva abituati per dar vita ad un personaggio che si colloca agli antipodi della signorilità emotiva e dei buoni sentimenti. Lei, psicoterapeuta, è raffigurata dall’elegante Nicole Kidman, che si mostra a suo agio nel tentativo di rendere in immagine il conflitto interiore di donna di stile, moglie fedele, madre amorevole e figlia ribelle. Tra i due coniugi, entrambi carismatici professionisti dell’alta società newyorkese, entra in gioco Elena Alves (a cui dà volto e forma l’emergente e internazionale Matilda De Angelis), giovane artista di bassa estrazione sociale e madre del piccolo Miguel, paziente di Jonathan.
Il personaggio si pone come il principale trait d’union tra Jonathan e Grace, grazie anche all’immaginifico gioco di incontri, sfioramenti emotivi e provocazioni sessuali che celebrano il corpo femminile con azione e passione dirompenti. Il crollo del modello di famiglia felice e facoltosa (Grace è figlia di un ricco imprenditore e il loro figlio, Henry, frequenta una prestigiosa scuola privata) è scandito dalla messa in discussione del ruolo di professionisti ricoperto dalla coppia di coniugi. La follia omicida che si impossessa di Jonathan si accompagna all’incapacità, da parte di Grace, di leggerne i primi segni. Un medico che uccide, una psicologa che non riconosce la pazzia. L’elemento che più di tutti dona al racconto pathos emotivo è proprio la distorsione del rapporto medico-paziente che si traduce nel totale annullamento di qualsiasi forma di partecipazione e di sensibilità al dolore della persona presa in cura. Jonathan, che porta sulla coscienza la morte della sorella, è rimasto emotivamente bloccato nell’assoluta incapacità di provare sofferenza per quell’evento.
E se questo, da un lato, lo aiuta a non immedesimarsi nel paziente, e quindi a mantenere la giusta distanza professionale, dall’altro finisce per creare una personalità estremamente problematica nelle relazioni sociali. Una personalità pericolosa, in quanto insensibile a qualsiasi forma di dolore, incapace di provare sentimenti e di scomporsi. Anche dinanzi alla morte. Anche se da lui causata. Fino al punto da negare costantemente e sempre più convintamente la sua colpevolezza e da insinuare nella mente di Grace (e dello spettatore), inizialmente convinta che Jonathan sia l’autore del delitto, il dubbio che lui, un medico, un marito, un padre non possa essere capace di compiere azioni tanto efferate.
La progressione emozionale verso la scoperta della verità culmina nella dinamica processuale e nel gioco psicologico di interrogatori incrociati, dove la lucida freddezza calcolatrice di Jonathan spiazza gli astanti e apre al ragionevole dubbio: “Ho mentito a mia moglie, il che fa di me un bugiardo. Le sono stato infedele, il che fa di me un traditore. Il mio liquido seminale era nella vittima, il che fa di me un sospettato. Merito tutte queste etichette, ma non quella di assassino. Sono la risposta più facile, ma non quella esatta”.
Ma è nel rapporto con suo figlio Henry che si leggono i tratti più inquietanti della personalità deviata di Jonathan. Nel tentativo di portare all’estremo l’amore che il figlio prova per il proprio padre, sino al punto da far ricadere i sospetti sul piccolo Henry, pur di salvare sé stesso. Il viaggio in auto, da tempo promesso da Jonathan ad Henry e realizzato quando è ormai emersa la verità, è l’ultimo atto prima del suo definitivo svelamento. È lo sbocco naturale della pazzia non annunciata, della follia dell’insospettabile, della distorsione dei sentimenti che sfocia, come da manuale, nel più vigliacco e semplicistico di tutti i gesti: il tentativo di autodistruzione.
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