Mentre racconta e riannoda la sua vita davanti all’obiettivo, Goffredo Fofi assomiglia quasi a un aedo che narra il poema del nostro tempo contemporaneo. Probabilmente lui odierebbe questa similitudine, liquidandola in modo beffardo come “troppo intellettuale”, ma fatto sta: Suole di vento – Storie di Goffredo Fofi, il documentario diretto da Felice Pesoli e presentato in questi giorni nella sezione Fuori Concorso.Doc al Torino Film Festival, mette in scena la vicenda personale, culturale e politica di Fofi e al contempo riesce a costruire una particolarissima storia italiana che va dal dopoguerra a oggi. Prodotta da Gianfilippo Pedote per Avventurosa (la casa di produzione di Pietro Marcello), la pellicola va a intrecciare (grazie al montaggio di Aline Hervé) la narrazione dell’intellettuale disobbediente nato a Gubbio ottantatré anni fa con un mosaico di immagini d’archivio (la grandiosa ricerca dei materiali, in perfetto stile Avventurosa, è stata curata da Alessia Petitto), assecondando l’emergenza di ricordi, emozioni, affetti e conflitti.

Una vita densa, trascorsa in movimento, peregrino di città in città, sempre inseguendo la possibilità di svolgere un lavoro politico e culturale: dall’adolescenza nella Sicilia arcaica alla Torino operaia degli anni Sessanta, dalla Milano dei Quaderni piacentini alla Napoli anni Settanta della mensa dei bambini proletari, passando per la Parigi di Barthes, Lacan, Godard e delle riviste (rivali) cinematografiche Positif e Cahiers du Cinéma (“Detto in parole povere – ricorda laconico Fofi in un passaggio del film – i Cahiers erano di destra, noi [di Positif n.d.a.] eravamo di sinistra”). Nel mezzo, tutti gli incontri capitali (da Buñuel a Morante, da Totò a Pasolini, fino al Living Theatre di Julian Beck) di una Storia plurale che si raccoglie attorno a un’esistenza singolare e molteplice. Fofi fondatore di riviste, Fofi scrittore, Fofi critico, Fofi attivista: tante facce, ma tutte accomunate da una profonda tensione alla rivolta (“Io – precisa in un altro momento del documentario – alla lotta di classe ci credo, ne sono profondamente convinto. Senza lotta di classe non c’è movimento della Storia”) coniugata a una sensibile vocazione pedagogica. Una furia critica scardinante, anarchica e rivoluzionaria, di un uomo assolutamente moderno, mai diventato reduce ma sempre presente al proprio tempo e sempre pronto a metterlo in discussione: “Che fare?”, si domanda Fofi, “Resistere, studiare, fare rete ma non quella del web che è una ragnatela. E ultima cosa: rompere i coglioni”.


