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Home Cultura

Un libro dello storico campano Pasquale Iaccio sullo “spettacolo asservito” in epoca fascista

Docente all'università di Salerno, l'autore ricostruisce il modo nel quale il regime di Mussolini controllò il teatro e il cinema durante gli anni Trenta del Novecento

Diego Del Pozzo di Diego Del Pozzo
7 Marzo 2021
in Cultura, Letture

Il salernitano Pasquale Iaccio è uno tra gli storici italiani più attenti all’impatto dei media sull’evoluzione della società, con particolare riferimento agli anni del fascismo, tema approfondito in numerosi saggi di grande interesse e ottima ricezione nella comunità accademica (molto importanti, per esempio, sono i suoi studi sulla figura dell’intellettuale antifascista Roberto Bracco). Inoltre, Iaccio ha affrontato negli anni anche altri filoni di ricerca, quali quello relativo ai rapporti tra cinema e storia oppure l’altro dedicato al modo nel quale la settima arte ha saputo raccontare il Mezzogiorno.

Docente di Storia del cinema e di Documentario italiano presso l’università di Salerno-Fisciano, lo storico campano in questo periodo è di nuovo in libreria (sia in quelle fisiche che online) con un nuovo saggio, nel quale rielabora e aggiorna ulteriormente le sue ricerche sull’importanza e la centralità dello spettacolo, cinema e teatro in primis, nell’ambito dell’imponente operazione di costruzione del consenso portata avanti dal regime fascista nell’Italia dei decenni Venti e Trenta del Novecento. Il suo nuovo libro s’intitola Lo spettacolo asservito. Teatro e cinema in epoca fascista (172 pagine, 20 euro; prefazione di Guido D’Agostino) ed è stato pubblicato dalla casa editrice napoletana Esi nella storica collana La memoria narrata.

Come sottolinea molto bene D’Agostino nella sua prefazione, Pasquale Iaccio in questo nuovo saggio “[…] analizza in realtà il fascismo, da storico contemporaneista quale è, guardandolo dalla prospettiva, di straordinaria efficacia e rilevante valore, dell’impatto che esso ha, e vuole avere,
su teatro, cinema, radio, editoria: cultura ed espressioni artistiche. In questo modo, educa e convince chi legge rispetto alla natura e ai fini di un regime che
– ricorda opportunamente D’Agostino, riferendosi anche ai troppi revisionismi in atto al giorno d’oggi – ha privato gli italiani di ogni forma e sostanza di libertà e rafforza pensiero e azione antifascisti“.

In definitiva, il volume di Iaccio – diviso in due ampie sezioni, riservate rispettivamente al teatro e al cinema – ricostruisce molto bene il meccanismo di censure, lacci e lacciuoli che permise al regime di Benito Mussolini di imbrigliare ciò che gli spettatori potevano o non potevano vedere sia sulla scena teatrale che sugli schermi cinematografici italiani. In tal senso, nel momento di passaggio dagli anni Venti ai Trenta, si consumò la transizione, nell’Italia dell’epoca, da una pratica volta alla repressione e all’improvvisazione a una finalizzata in modo quasi scientifico al consenso e al coinvolgimento, cioè – sottolinea molto bene Iaccio – da quell’universo fatto di passioni, sogni, progetti (anche di tanti intellettuali e cineasti di belle speranze) alle pratiche istituzionali, agli enti ministeriali, ai burocrati.

Proprio il 1931, infatti, segnò l’inizio della svolta in tutti i settori della comunicazione e dello spettacolo, con cinema e teatro ovviamente in primo piano. Il regime iniziò a intervenire con regolarità a favore di un sistema misto, nel quale lo Stato, forte di un controllo sui vari passaggi della produzione, si attribuiva il duplice ruolo di indirizzo ideologico e di promotore finanziario, per esempio anche attraverso un’operazione di adeguamento dei meccanismi di revisione teatrale sulla falsariga di quella cinematografica, con l’istituzione di un ufficio ministeriale di censura preventiva affidato a un censore unico e il disegno finale di uniformare le diverse branche dello spettacolo, secondo un unico criterio censorio, sotto la supervisione del duce. Da questo momento in poi, dunque, ogni decisione iniziò a essere presa lungo una “catena” che partiva dal censore, passava attraverso il ministro competente e arrivava su fino al giudizio insindacabile dello stesso Mussolini.

Il risultato di questo lavoro sotterraneo ma straordinariamente incisivo portato avanti dalla censura fascista, assieme a quello più evidente degli altri organismi creati all’occorrenza, ebbe come risultato quello di addormentare innumerevoli coscienze e di soffocare la vitalità stessa dello spettacolo italiano. Singoli casi di autonomia intellettuale – e qui Iaccio ritorna anche all’amato Roberto Bracco, al quale dedica un apposito capitolo ricordandone le caratteristiche di “autore supercensurato nel teatro, nell’editoria, nel cinema” – valgono più che altro come splendide testimonianze individuali, nell’ambito invece di un sistema governato dalla “legge” del bastone (censura) e della carota (sovvenzioni), utilizzata dal fascismo per ottenere ciò che più gli stava a cuore, cioè l’acquiescenza, l’autocensura, il diffuso conformismo, la compromissione e la misera adulazione che, purtroppo, in quegli anni caratterizzarono la massima parte del mondo dello spettacolo italiano.

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Tags: Lo spettacolo asservitoPasquale Iaccio
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