Vincere un Oscar all’esordio non è cosa da poco: Emerald Fennell col suo primo lungometraggio porta a casa la statuetta per la migliore sceneggiatura originale. Un film perfettamente in linea con l’ultima edizione degli Academy Awards, che potremmo dire, quella di quest’anno, un’edizione tutta al femminile. Lo si può dire in modo assoluto anche di Una donna promettente (Promising young woman), non solo per la regia e la scrittura firmate dalla Fennell, e per la protagonista interpretata da Carey Mulligan: a capo della stessa casa di produzione del film, la LuckyChap Entertainment, c’è infatti Margot Robbie.
Una donna promettente affronta una tematica molto forte che è quella dello stupro, ma non si ferma lì. Sottolinea le ripercussioni che un trauma del genere può provocare nel tempo, non solo sulla vittima, ma soprattutto alle persone che le sono state vicine. Sorprendentemente il film oscilla in maniera costante tra il revenge movie, con la drammaticità che gli appartiene, la dark comedy e la denuncia sociale. La regista mette in scena una protagonista affamata di vendetta (vendicandosi in un modo del tutto singolare): va oltre, quindi, al castigo universale sul genere maschile, condannando più il ruolo specifico, quasi antropologico, che l’uomo assume in quella borghesia americana raccontata dal film. Imprigionata in un circolo vizioso dai suoi sensi di colpa, non riesce a superare una stasi che, nonostante il passare degli anni, la mantiene nel suo status adolescenziale. Evitando di essere prettamente sessista, come dicevamo prima, la Fennell si scaglia sulla borghesia americana, costellata da un falso perbenismo tanto estremo da coprire un serio crimine come lo stupro, catalogandolo appunto, come “bravata giovanile” o “incoscienza”, solo per salvaguardare il buon nome di qualche college. Di fronte a tutto ciò, tra la complessità psicologica della protagonista (mai approfondita realmente) e le difficoltà sociali, politiche e giuridiche di un caso del genere, il film mantiene una leggerezza adatta al mainstream, con dei picchi che toccano stilisticamente la pura commedia, spesso provocatoria. A confermare questo punto è senza dubbio la fotografia di Benjamin Kračun che, in forte contrapposizione con le tematiche trattate, è piena di colori “pop”, accompagnata da costumi e scenografia perfette, in stile “Barbie”, dalla sfumatura fumettistica. A favore di questa scelta, si può intuire come l’estetica del perbenismo nasconda molte volte qualcosa di marcio.

