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Home Società

Vincenzo Montesarchio: “La terapia domiciliare aiuta nella disponibilità dei posti letto”

Pier Paolo De Brasi di Pier Paolo De Brasi
3 Aprile 2020
in Società
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Il dottor Vincenzo Montesarchio è infettivologo e primario del reparto di oncologia dell’ospedale Monaldi. Con il professor Paolo Ascierto del Pascale ha puntato sul Tocilizumab, facendo conoscere in tutta Italia il farmaco che riduce drasticamente l’infiammazione ai polmoni dovuta al Covid-19. Anche con lui affrontiamo le questioni Plaquenil (idrossiclorochina), terapia domiciliare e posti letto negli ospedali.

Dottor Montesarchio, innanzitutto come prosegue la battaglia al Covid-19 con il Tocilizumab?

“Questa è un’esperienza nata il 7 febbraio scorso, di sabato, quando abbiamo iniziato a ragionare sulla scorta dell’esperienza fatta in Cina su 21 pazienti. All’inizio, con il dottor Paolo Ascierto, abbiamo preso in cura 2 pazienti. Da allora, sempre in off-label, cioè fuori dalle indicazioni della scheda illustrativa del farmaco, abbiamo trattato altri 19 pazienti. È stata una prima esperienza abbastanza positiva, che ci ha indotto a proseguire e a credere nella bontà del farmaco nella cura della polmonite da Coronavirus. Il 19 marzo è iniziato uno studio clinico nazionale e multicentrico, capitanato dal dottor Franco Perrone del Pascale, autorizzato dall’Aifa. Al momento, nella piattaforma di questo studio clinico, sono entrati migliaia di pazienti, ma qualcosa di definitivo lo diranno i risultati statistici dei pazienti seguiti in tutta Italia dallo studio. Questa è la cosa migliore che potevamo fare, cioè uno studio clinico controllato, l’unico strumento da cui ricavare dati certi sulla bontà del farmaco usato per la soluzione dei problemi infiammatori ai polmoni scatenati dal virus. Lo stato dell’arte ad oggi è questo. Naturalmente è presto per i risultati, perché si stanno ancora arruolando pazienti con velocità estrema. Alla fine di questo percorso vedremo cosa ci diranno i dati statistici”.  

Nelle scorse settimane il Monaldi e il Cotugno sono andati in crisi perché i posti letto erano tutti occupati. Ora com’è la situazione?

“Diciamo che la crisi, se crisi è stata, si è avuta nei primi giorni. Bisognava, in qualche modo, organizzare la disponibilità dei posti letto. Questo è stato fatto in tempi rapidi, intanto convertendo tutto il Cotugno in ospedale Covid: tutti i reparti ospitano pazienti colpiti da Coronavirus. Ma non c’è soltanto questo. È stato aperto un plesso che era in costruzione da tempo, anch’esso tutto dedicato al Covid-19. Sono stati poi convertiti a Covid 16 posti di rianimazione del Monaldi. Più che crisi, si è messa in moto una macchina organizzativa che in pochissimi giorni ha dato i risultai attesi e la regione Campania è riuscita a far fronte, per quanto riguarda l’azienda del Colli, alle richieste di ricoveri e anche di posti letto in rianimazione. Ma tutte le altre aziende ospedaliere sono pronte o si stanno organizzando per ospitare pazienti Covid positivi. Credo che ci sia stata una grande macchina che si è messa in movimento e, ad oggi, forse grandissime crisi non ce ne sono. Questo consentirà risposte più rapide ai cittadini, anche a quelli che sono a casa con il sospetto di infezione e che hanno necessità di avere l’esecuzione e la risposta dei tamponi in tempi rapidi”.

Dalle pagine di Repubblica-Napoli lei ha affermato di confidare che le Asl possano entrare nelle case, supportare le famiglie. Uno dei questi supporti potrebbe essere la terapia domiciliare?

“La terapia domiciliare è complessa da mettere in atto dal punto di vista organizzativo, anche se è possibile nella fase iniziale della malattia. Questo prevede un’organizzazione importante delle Asl territoriali, perché pazienti che fanno la terapia devono essere monitorati e controllati, sia nei parametri bioumorali, cioè di laboratorio, sia nei parametri clinici. C’è, inoltre, la necessità di approfondire le indagini in regime ospedaliero per una parte dei pazienti e per fare questo c’è bisogno veramente di una buona organizzazione. Certamente la terapia domiciliare servirebbe a disingolfare gli ospedali, a non rendere ospedalecentrico tutto l’intervento, ma a distribuirlo in maniera più allargata anche sui territori”.

In questi giorni si sta parlando molto del Plaquenil o idrossiclorochina per la cura a casa. Lei cosa ne pensa in merito?

“Non possiamo avere in casa il Plaquenil e decidere all’improvviso che il trattamento va fatto, se esiste la possibilità del Coronavirus. Se c’è la possibilità del Coronavirus e il paziente è asintomatico o paucisintomatico, questa cosa va gestita da medici di medicina generale. Non sono assolutamente farmaci che il paziente può autosomministrarsi, senza un controllo clinico e senza una prescrizione medica. Una buona esperienza è stata fatta a Piacenza dal dottor Cavanna. Luigi Cavanna è un oncologo con cui collaboriamo ed è andato casa per casa a fare i tamponi alle persone. Questa è una soluzione per disingolfare gli ospedali e si può pensare di attuarla con i medici di medicina generale, ma ci deve essere la formazione, la possibilità di effettuare i test e avere risposte rapide da parte dei centri che li eseguono. Sicuramente aiuterebbe la macchina organizzativa, anche dal punto di vista della disponibilità dei posti letto”.

Secondo lei si potrebbe pensare di seguire anche questa strada o ci potrebbero essere delle difficoltà organizzative?

“Piuttosto che prendere tutti i cittadini e portarli in ospedale a fare il tampone, con tutto quello che può significare per il 118 e per il paziente che aspetta a casa 5 o 6 giorni e magari deve fare un secondo test, sarebbe più semplice organizzare il servizio verso il cittadino e non il cittadino verso il servizio”

Ma le terapie con Tocilizumab e idrossiclorochina possono camminare di pari passo, cioè essere assunte dal paziente contemporaneamente?

“L’idrossiclorochina è un antimalarico, un antivirale, il Tocilizumab agisce sulla polmonite provocata dal virus. La somministrazione di Tocilizumab non prevede di sospendere le restanti terapie. L’ idrossiclorochina è un farmaco compatibile e non sarebbe giusto eliminare l’antivirale per dare un antipolmonitico, perché c’è anche il virus da combattere. Quindi l’uno non esclude l’altro. L’antivirale serve per la terapia causale, mentre con l’antinfiammatorio curiamo il sintomo, ma devono andare insieme. L’idrossiclorochina è un farmaco che si può dare anche a domicilio, assolutamente sempre sotto prescrizione medica”.

 

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