In serata sono arrivati, come ogni giorno, i numeri relativi ai nuovi tamponi positivi in Campania e a quelli effettuati in totale in giornata sul territorio regionale, comunicati dall’Unità di Crisi della Regione e resi noti, come di consueto, dallo stesso De Luca sulla sua pagina Facebook. Ecco, dunque, i dati odierni: all’ospedale Cotugno di Napoli sono stati esaminati 553 nuovi tamponi dei quali 38 risultati positivi; al Ruggi di Salerno esaminati 220 tamponi di cui 5 positivi; all’ospedale Sant’Anna di Caserta 50 tamponi di cui 0 positivi; all’ospedale Moscati di Avellino sono stati esaminati 174 tamponi di cui nessuno positivo; all’ospedale San Paolo di Napoli sono stati esaminati 80 tamponi di cui 9 positivi; all’Azienda Universitaria Federico II esaminati 86 nuovi tamponi di cui 3 positivi; all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno 410 tamponi di cui 23 positivi; all’ospedale di Nola sono stati esaminati 31 tamponi di cui 2 positivi; all’ospedale San Pio di Benevento sono stati esaminati 79 tamponi, nessuno positivo; all’ospedale di Eboli: sono stati esaminati 75 tamponi di cui 0 positivi. I numeri dei positivi di oggi sono 80 su 1.762 tamponi esaminati. Il totale complessivo dei positivi in Campania finora è di 3.887 su un totale complessivo di tamponi pari a 41.296.
Intanto si continua a discutere sui nuovi metodi di cura del Covid-19. “Dobbiamo rafforzare la medicina del territorio, le App sono utili ma servono gli uomini”. A dirlo non è uno qualunque, ma Giovanni Rezza, direttore del dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di Sanità. La frase l’ha pronunciata l’altro giorno, durante la quotidiana conferenza stampa che la protezione civile tiene alle ore 18. “Non ci sarà contagio zero – ha proseguito Rezza, lasciando poco spazio a speranze e illusioni – dovremo mettere toppe in continuazione dando per assunto che il virus continuerà a circolare. Ogni volta che si creeranno dei cluster dovremo essere prontissimi a identificarli e a contenerli”.
Un futuro non proprio tranquillo, in cui, dopo aver decongestionato ospedali e, in particolare, le terapie intensive, dovremmo consolidare l’assistenza sul territorio, con il rafforzamento dei distretti, in questi anni depotenziati, e soprattutto non tenendo fuori dal comparto decisionale i medici di famiglia, oramai sempre più burocrati che dottori. “L’ospedale deve essere un luogo dove si fa l’urgenza e la complessità, la cronicità la devi tener fuori”, spiega a Il Mattino Mauro Mazzoni medico di famiglia e coordinatore nazionale del sindacato Fassid. Il ridimensionamento di questi ultimi anni della medicina attuata sul territorio è un danno che stiamo pagando con questa crisi. Non ci sono infettivologi o sono pochissimi perché non c’è stato alcuno sbocco professionale e ci troviamo di fronte alla continua mancanza di mascherine. In queste condizioni “possiamo parlare di App e tracking digitale?”, si chiede ancora Mazzoni.
“In questa emergenza il territorio non è stato proprio considerato – afferma sempre a Il Mattino il presidente dell’Ordine dei medici di Milano Roberto Carlo Rossi – si è arrivati all’assurdo che le ricette dei farmaci le facevano in ospedale”. Dalla Lombardia arriva dunque una conferma di quanto affermato dal dottor Ferdinando Petrazzuoli nell’intervista a Il Crivello, in cui veniva evidenziato come puntare troppo “su una terapia ospedalocentrica” porti a “tanti casi di infezione all’interno degli ospedali e nelle case di riposo”.
“Il piano è stato solo puntare sull’ospedale – ha ribadito Rossi – e correre a fare rianimazioni e terapie intensive. Così migliaia di medici, non solo quelli di famiglia, ma anche quelli nelle Rsa per anziani e nei reparti ospedalieri non Covid sono stati lasciati a curare i pazienti, senza protezioni e senza una strategia. Questo ha alimentato il contagio”, è stata l’amara conclusione.
Infine, le Unità speciali di continuità assistenziale e la terapia domiciliare. Le Usca sono attive, almeno sulla carta, in 12 regioni italiane, tra cui la Campania. Squadre di medici e infermieri che dovrebbero recarsi a casa per acquisire notizie e dati sullo stato di salute dell’ammalato, confrontarsi con i medici di famiglia e il cosiddetto team Covid, formato da specialisti. Non fanno tamponi, né prescrivono farmaci. Un organo che, dove è partito realmente (nella nostra regione c’è ma non si vede, tranne in qualche distretto) sembra già avere le armi spuntate. Decongestionare gli ospedali, rafforzare i distretti, dare voce in capitolo ai medici di famiglia, capire a cosa servono le Usca. Un cammino ancora lungo. La medicina del territorio può attendere, nonostante il Coronavirus.