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Home Società

Ferdinando Petrazzuoli: “Noi medici di medicina generale avremmo bisogno di più armi per la cura domiciliare”

Pier Paolo De Brasi di Pier Paolo De Brasi
12 Aprile 2020
in Società
medicina generale

Con l’intervista al dottor Ferdinando Petrazzuoli proviamo a partire dal locale per fare un percorso in Europa sulla terapia domiciliare e l’uso dell’idrossiclorochina, per poi tornare di nuovo in Italia. Petrazzuoli è medico di medicina generale, membro del direttivo provinciale della Snamid, la Società nazionale medica interdisciplinare cure primarie, e dell’European General Practice Research Network (Egprn).

Dottor Petrazzuoli, l’Asl di Caserta ha emanato direttive sulle procedure per la terapia domiciliare ai pazienti positivi Covid-19 o sospetti, coinvolgendo quindi anche i medici di medicina generale. Sono procedure applicate?

“Se ne parla da tempo, ma fino a questo momento c’è molta confusione. Come spesso accade in Italia, c’è differenza tra ciò che sta scritto e ciò che si pratica effettivamente. Comunque, sono circolari recenti, magari saranno applicate nei prossimi giorni. Al momento queste cure vanno avanti soprattutto grazie alle nostre iniziative personali. Noi medici di medicina generale non ci siamo nascosti, come afferma qualcuno, ma stiamo lavorando molto via telefono e grazie alla tecnologia. Ora ci dicono di seguire in questo modo telematico i nostri assistiti, ma noi lo stiamo facendo da tempo. Questo tipo di approccio, con i pazienti videochiamati, è eseguito peraltro nella maggior parte dei Paesi europei, a partire da Svezia, Spagna, Francia e Germania, praticamente tutti. Con le video consultazioni si limitano le visite. Non bisogna dimenticare che fra gli oltre 105 medici morti per il Covid, più di 45 sono medici di medicina generale. Dobbiamo tutelare noi stessi anche nell’interesse dei pazienti, perché potremmo diventare o già essere diventati portatori sani”.

Ma non vi hanno dotato di mascherine e Dpi?

“Ancora non siamo stati dotati di mascherine da parte delle strutture sanitarie. Un nostro sindacato ne ha acquistato una grossa quantità, ma alla frontiera sono state sequestrate, perché ormai sono diventate merce di primaria importanza e le hanno dirottate verso le strutture ospedaliere. Potrei essere d’accordo che i medici in ospedale rischiano di più, ma sembra che dal Governo e da parte dei funzionari pubblici ci sia un unico tipo di ragionamento: voi medici di medicina generale siete convenzionati, quindi vi dovete organizzare da soli per comprare l’equipaggiamento completo di dispositivi di protezione individuale. Ma noi non siamo figli di un dio minore o l’ultima coda del carro. Fortunatamente si è mosso l’Ordine dei medici provinciale di Caserta e siamo riusciti ad avere qualcosa in termini di numeri a una sola cifra”.

Per la terapia domiciliare anti-Covid c’è anche un altro problema: la mancanza dell’idrossiclorochina, conosciuta col nome commerciale Plaquenil. Anche lei lo ha riscontrato?

“Il paziente con lievi sintomi deve essere curato a casa, ma oltre a darci la possibilità di prescrivere i farmaci ci devono dare la possibilità di trovarlo il farmaco. Esso può essere richiesto tramite l’Asl, ma hanno creato un carrozzone burocratico per evitare l’accaparramento dei cittadini, con delle procedure complesse che rischiano di farlo arrivare al paziente molto in ritardo. Sembra che lo Stato abbia paura che il cittadino lo freghi, però creando queste procedure burocratiche complesse quelli che riescono ad ottenere in breve tempo la diagnosi e le cure necessarie sono pochi. Sono magari quelli che insistono di più o hanno più ‘conoscenze’. Insomma, lo sospettiamo anche noi medici di famiglia che ci possono essere delle corsie preferenziali per cui alcuni ricevono il tampone prima degli altri e, di conseguenza, la terapia appropriata prima degli altri. Lo abbiamo visto per il politico, il calciatore e il giornalista famoso. Un altro risultato paradossale è che, ad esempio, nella zona in cui io opero, l’Alto Casertano che guarda al Sannio, dove per fortuna non ci sono molti casi di infezioni da Coronavirus, l’idrossiclorochina manca lo stesso nelle normali farmacie. Io ho tre assistiti con artrite reumatoide che hanno grossi problemi perché non riescono a curarsi. Le Asl sono fornite di questo farmaco, ma non possono avere mai la capacità di rispondere in maniera tempestiva come fa la medicina generale e con questa infezione da Covid-19 un ritardo può essere fatale”.

Ci sono differenze fra Italia e il resto d’Europa sulla distribuzione e il reperimento dell’idrossiclorochina?

“Devo dire che in questo campo non ci sono grosse differenze. In tanti Paesi europei come Spagna, Francia o Germania c’è lo stesso problema riguardo a farmaci come il Plaquenil. Anche lì non passa attraverso i medici di medicina generale ma è dato ai pazienti solo in ospedale, ma con tempi e percorsi diversi. In qualche Paese la cura inizia in ospedale e poi viene continuata a casa. Questo farmaco è un anti malarico ma utile per altre patologie. Lo diamo da tanti anni ai pazienti affetti da artrite reumatoide e non abbiamo mai avuto serie complicanze e, per di più, costa pochissimo. Su alcune riviste scientifiche sono usciti articoli in cui si parla di effetti collaterali gravi e questo ha contribuito all’atteggiamento timoroso e a limitarne l’uso. In Francia si è partiti subito con un uso incontrollato del Plaquenil e probabilmente ci sono stati dei casi di effetti collaterali dovuti a un dosaggio più alto rispetto a quello abituale. Così sono tornati indietro sui propri passi. Ora anche in Francia la cura inizia in ospedale. In Svezia l’idrossiclorochina si trova in farmacia solo per i malati di artrite reumatoide, ma non per il Covid. Anche negli altri Paesi europei i medici di medicina generale si lamentano e chiedono di iniziare la cura a casa, quando si hanno i primi sintomi”.

Tornando alle procedure per le terapie domiciliari, sul suo territorio, dottor Petrazzuoli, le Unità speciali di continuità assistenziale (Usca) sono state attivate? E se sì, di cosa si occupano?

“Purtroppo nella mia zona le Usca non sono state ancora istituite. Alcuni colleghi mi hanno riferito che sono attive in altri distretti dell’Asl Caserta. Ma non posso dare un giudizio sulla funzionalità di questa struttura. Spero solo che i colleghi dell’Usca siano attrezzati perbene in termini di dispositivi di protezione individuali e non siano mandati allo sbaraglio. C’è da dire che in un mese e mezzo di emergenza Coronavirus, le procedure sono cambiate continuamente. Ci sono le Unità operative di prevenzione collettiva, cioè l’Uopc, il team Covid, il 118. Con tre attori si fa confusione, c’è il rischio di una sovrapposizione dei ruoli”.

Ma per questi e altri casi c’è un’unità di azione fra le varie Asl della regione o ognuna va per sé?

“È un vecchio discorso. Ad esempio, è stato implementato dal 10 aprile sul portale Saniarp la possibilità di inserire i dati del paziente sospetto di Covid, ma la cosa, a detta dei colleghi, sta funzionando solo per la Asl di Caserta e non per il resto della Campania. Ma non è solo per il Covid che ci sono differenze tra l’una e l’altra Asl. Le enormi differenze ci sono da sempre, sulla distribuzione dei farmaci, sulle procedure burocratiche. Ogni Asl ha regolamenti diversi. Ciò che è permesso a Benevento non è permesso a Caserta, con uno spreco enorme di risorse intellettive. In ogni Asl c’è del personale che viene messo a disegnare procedure burocratiche uniche per quell’Asl. Quindi non solo differenze fra regione e regione, ma anche nell’ambito della stessa regione. Io sono fautore del ritorno al Servizio sanitario nazionale unico, con poche leggi semplici e chiare”.

Queste differenze hanno influito, secondo lei, anche sul numero dei decessi?

“I primi casi di Coronavirus si sono avuti quando ancora circolava l’influenza stagionale e può essere che ci si è confusi fra le due malattie. Ma in Lombardia hanno l’abitudine di ricoverare in ospedale le persone anche per la semplice influenza con febbre elevata. Noi, nel Centrosud abbiamo sempre trattato il paziente a casa, anche con 40 di febbre. Io credo che l’atteggiamento di curare a casa sia vincente, ma dobbiamo avere tutte le armi a nostra diretta disposizione. La cosa importante è quando il paziente peggiora, allora sì c’è bisogno del ricovero tempestivo in ospedale. In Lombardia per tante altre cose la sanità funziona benissimo ci sono tantissimi centri di eccellenza, ma per l’infezione da Covid-19 all’inizio l’approccio è stato sbagliato. Hanno puntato troppo su una terapia ospedalocentrica, ecco anche il perché dei tanti casi di infezione all’interno degli ospedali e delle case di riposo. Dovevano dare più importanza al territorio”.

 

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