Nella prestigiosa selezione ufficiale della Settimana Internazionale della Critica (la Sic), presentata stamattina a Roma e in programma nell’ambito della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (quest’anno dal 2 al 12 settembre), c’è anche il cortometraggio di un giovane cineasta napoletano. S’intitola Le mosche e ne è autore il ventinovenne Edgardo Pistone, originario del rione Traiano, dove lo scorso anno ha collaborato col documentarista Agostino Ferrente come aiuto-regista per il bellissimo e dolente Selfie, girato proprio nel popolare quartiere partenopeo e premiato quest’anno come miglior documentario italiano ai David di Donatello.

Pistone s’avvicina al cinema e alla fotografia ai tempi del liceo, l’Artistico Umberto Boccioni di Napoli, per poi assecondare definitivamente la propria passione anche a livello di studi universitari frequentando la Scuola di cinema dell’Accademia di Belle Arti napoletana, dove affina la propria formazione culturale e completa il percorso didattico col massimo dei voti. Dotato di una sua poetica personale già ai tempi dell’Accademia, inizia a lavorare con regolarità come regista e autore, fotografo e sceneggiatore dopo gli studi, avvicinandosi inoltre al mondo dell’educazione, in particolar modo nei quartieri periferici del capoluogo partenopeo, cimentandosi anche come insegnante di cinema per i ragazzi delle scuole. Già autore di altri cortometraggi (tra i quali spicca Per un’ora d’amore, col quale nel 2015 ha anche vinto il premio per il miglior corto autoprodotto al Napoli Film Festival), nei quindici minuti in bianco e nero del suo Le mosche Pistone racconta le vicissitudini e le tragicomiche (dis)avventure di un gruppo di ragazzini abbandonati a se stessi in una Napoli post-pasoliniana o forse post-apocalittica alla Ciprì e Maresco, grigia e livida come la fotografia del suo cortometraggio, che si giova di una stilizzazione della messa in scena mai fredda, ma anzi sempre in perfetto equilibrio tra eleganza della composizione e calore dello sguardo sulle giovani vite dei suoi protagonisti. Questi, proprio come mosche, ronzano dal marciume alla seta trascinandosi quasi inconsapevolmente verso un epilogo tragico e irreparabile, mentre tutt’intorno la vita scorre placida e sonnacchiosa come se nessuno di loro esistesse davvero.



