Da oggi su Netflix è possibile guardare Ultras, l’atteso lungometraggio d’esordio del regista napoletano Francesco Lettieri, già molto noto per la sua precedente carriera di autore di videoclip musicali tra i più apprezzati in Italia. Particolarmente rilevanti, tra i tanti, sono quelli diretti per il misterioso rapper incappucciato Liberato, col quale Lettieri compone un duo inscindibile, confermato anche in occasione della colonna sonora del film, firmata proprio da Liberato, che l’ha impreziosita anche col trascinante singolo We Come From Napoli, composto assieme a Gaika e a Robert Del Naja, cioè 3D dei Massive Attack.
Ultras è un film potente
e visionario, che per essere apprezzato in pieno andrebbe goduto in una sala cinematografica, in modo da poter cogliere le sfumature che caratterizzano, per esempio, l’ottima fotografia di Gianluca Palma (altro storico sodale del regista) e un sonoro (di Vincenzo Urselli) capace di valorizzare l’oscura polifonia che Lettieri compone intorno alla vicenda del protagonista Sandro, un ex capo ultras napoletano che, giunto alla soglia dei cinquant’anni e dopo una vita di scontri e violenze fuori e dentro gli stadi, deve fare i conti con un provvedimento di Daspo che gli impedisce di accedere all’amata curva, ma soprattutto con un’inedita voglia di maturità.
A dare corpo e volto al personaggio è un Aniello Arena come sempre molto bravo, sapiente nel tratteggiare le debolezze di una sorta di eterno bambino dotato di un personalissimo codice d’onore e perennemente scisso tra la fedeltà alla sua tribù (il gruppo ultras si chiama, non a caso, Apache) e il desiderio di una vita normale, fatta magari anche di un rapporto sentimentale stabile, come quello che l’uomo crede di poter costruire con l’emancipata e travolgente Terry interpretata dalla bravissima Antonia Truppo. L’altro vertice di questo “triangolo” fatto di paura, desiderio, speranza e impossibilità di sfuggire al proprio destino è il sedicenne Angelo (molto “in parte” anche il suo interprete, Ciro Nacca), che considera gli Apache come una famiglia e proprio Sandro come mentore e guida, ancor di più dopo la morte, anni prima, del fratello maggiore Sasà, ucciso durante violenti scontri tra opposte tifoserie.
Lettieri è molto bravo a padroneggiare un set decisamente più complicato rispetto a quello dei videoclip, a dotare il film di uno stile personale e riconoscibile (che, in molti punti, rimanda proprio a quello dei precedenti lavori brevi musicali) e a far emergere uno sguardo autoriale che valorizza i corpi degli attori e le centratissime location e che, al tempo stesso, sa coniugare la spettacolarità delle sequenze d’azione, anche estremamente violente, con la capacità d’introspezione nei confronti dei suoi personaggi. A grande merito del regista, poi, oltre all’ovvia perizia (visti i precedenti) nella costruzione di un composito e affascinante tappeto suono-immagine, va anche ascritta l’abilità nel dosare alla perfezione gli spazi concessi ai vari caratteri di contorno, in un cast estremamente corale nel quale vanno segnalate anche le ottime performance attoriali di Simone Borrelli, Daniele Vicorito e Salvatore Pelliccia nei ruoli degli altri ultras Pechegno, Gabbiano e Barabba.