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Home Sport

Editoriale / La Champions League andrà in Francia o in Germania, col calcio italiano sempre più ridimensionato

Saranno Rb Lipsia - Paris Saint Germain e Lione - Bayern Monaco le due semifinali del principale torneo calcistico internazionale per club. Male l'Italia, soprattutto la solita deludente Juventus europea

Diego Del Pozzo di Diego Del Pozzo
16 Agosto 2020
in Sport
Champions League

La prima Champions League del calcio post-Covid andrà in Francia o in Germania, cioè nell’unica nazione calcisticamente evoluta che a inizio marzo decise di chiudere lì la stagione agonistica 2019-2020 senza farla riprendere al termine del lockdown oppure in quella che, dopo la fine della quarantena, ha comunque concluso più in fretta di tutti gli altri il proprio campionato. Saranno, infatti, le transalpine Paris Saint Germain e Lione e le tedesche Bayern Monaco e Rb Lipsia a giocarsi martedì 18 e mercoledì 19 (con inizio alle 21 italiane) le due semifinali in programma a Lisbona, sede unica di queste inedite Final Eight che si stanno disputando eccezionalmente in piena estate per portare a termine la stagione calcistica europea in tempo per una ripresa autunnale di quella 2020-2021 che non sia troppo ritardata rispetto a una normalità che, purtroppo, sembra ancora molto lontana. Per la precisione, il Lipsia affronterà il Psg martedì sera, mentre il giorno dopo toccherà a Lione e Bayern giocarsi l’accesso all’atto conclusivo della manifestazione. E non può essere un caso che ad arrivare alle fasi finali del torneo siano quattro squadre presentatesi in Portogallo atleticamente più fresche rispetto a quelle inglesi (Manchester City), italiane (Atalanta) e spagnole (Barcellona e Atletico Madrid), giunte forse “spompate” ai match decisivi dopo i ritmi intensissimi (una partita ogni tre giorni per un paio di mesi consecutivi) sostenuti nella ripresa post-lockdown per portare a termine i rispettivi campionati nazionali.

Particolarmente curioso e forse inatteso è il caso delle due squadre francesi, che hanno fugato i dubbi di coloro che hanno lungamente ironizzato sulla discussa sospensione definitiva della Ligue 1 a inizio marzo, causa di uno stop per Paris Saint Germain e Lione durato più di cinque mesi, nei quali entrambi hanno disputato un’unica gara ufficiale (la finale della Coppa di Lega d’Oltralpe): evidentemente, infatti, sia Tuchel che quel Rudi Garcia accantonato in modo troppo frettoloso e ingeneroso dal calcio italiano sono riusciti a trovare un modo efficace per tenere caldi i propri calciatori in vista degli appuntamenti europei di agosto. Un po’ diverso è il caso delle due tedesche, che da un lato hanno nel fortissimo Bayern un’autentica corazzata guidata dal capocannoniere del torneo Robert Lewandowski (già a 14 reti) nonché la favorita assoluta della Champions League di quest’anno (l’epocale 8-2 rifilato al Barcellona nei quarti parla da solo) e nell’emergente Rb Lipsia un bell’esempio di programmazione (peraltro, con i soldi della multinazionale Red Bull alle spalle) e di notevole gestione tecnica da parte di uno tra gli allenatori più bravi e preparati dell’intero panorama internazionale, l’ancora trentatreenne Julian Nagelsman. Tutte e due sono arrivate in Portogallo più rodate delle francesi ma atleticamente meno stressate di inglesi, italiane e spagnole, in quanto la Bundesliga è terminata almeno due-tre settimane prima rispetto a Premier League, Serie A e Liga.

Dopo gli esiti dei quarti di finale, però, a far riflettere in questa Champions League post-Covid è soprattutto l’evidente mediocrità del calcio italiano, con l’Atalanta (la più fisica e atletica delle rappresentanti nostrane) che ha terminato letteralmente sulle ginocchia il suo match facendosi rimontare nel finale da un Psg che, per la verità, avrebbe potuto segnarle anche qualche gol in più; e, qualche giorno prima, con quei recuperi degli ottavi che avevano visto una dopo l’altra le eliminazioni, da parte rispettivamente della sorpresa Lione e di un Barcellona declinante nonostante Messi, subite da una Juventus come al solito imbarazzante e deludente al di fuori dei confini nazionali e da un Napoli generoso e volitivo ma ancora lontano dall’élite continentale. In particolare, la scialba performance dei nove volte campioni d’Italia, incapaci di rimontare tra le mura amiche lo 0-1 esterno di febbraio tanto da arrivare all’esonero lampo dell’allenatore Maurizio Sarri poche ore dopo la disfatta (il neo-tecnico Andrea Pirlo al suo posto), non può essere derubricato a incidente di percorso o fatalità, ma anzi dovrebbe diventare oggetto di seria discussione, poiché riguarda la squadra leader di un intero movimento calcistico, l’unica peraltro dotata di budget paragonabili a quelli delle big europee, partita per vincere la Champions sia lo scorso anno che in questo anomalo 2020, dopo l’innesto di un Cristiano Ronaldo che, nei suoi due anni torinesi, è riuscito a far aggiungere alla bacheca bianconera un unico trofeo a stagione (il campionato), facendo segnare così un evidente passo indietro anche in termini di vittorie rispetto alle migliori stagioni di Allegri e rivelandosi, sul campo, tutt’altro che il valore aggiunto auspicato da Agnelli, Nedved e compagnia.

Da parte sua, il Napoli di Rino Gattuso ha giocato in Catalogna con coraggio e una certa sfacciataggine, ma ha finito per pagare oltremisura – senza indugiare più di tanto sulla clamorosa svista arbitrale che ha prodotto il primo e decisivo gol del Barcellona – la serata pessima di un Koulibaly in linea con quella che è stata certamente la peggiore stagione della sua carriera partenopea, un attacco eccessivamente leggero (per non dire altro) che si spera possa guadagnare in peso e cattiveria sotto rete con gli innesti di Osihmen e Petagna in vista della prossima stagione e, dulcis in fundo, la serata di grazia di un Leo Messi che s’è confermato anche in questa occasione il più forte calciatore attualmente in attività.

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Tags: calcioChampions LeagueJuventusNapoliParis Saint Germain
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