Continua ad arricchirsi di particolari e alimentare il dibattito pubblico la vicenda di Ugo Russo, il quindicenne dei Quartieri Spagnoli rimasto ucciso dopo aver tentato di rapinare, con l’ausilio di una pistola finta, un carabiniere nel quartiere Santa Lucia a Napoli. Una storia indubbiamente complessa, in cui il cordoglio per la morte di un ragazzino di appena sedici anni non può esimere da una profonda riflessione sul degrado sociale che ha fatto da prodromo e, successivamente, da epilogo agli eventi di questa notte. Il direttore generale dell’Asl Napoli 1 Ciro Verdoliva, che si è visto costretto a sospendere le attività di pronto soccorso all’ospedale Pellegrini a seguito delle devastazioni gratuite procurate da familiari e amici del ragazzo, parla dell’atto vandalico come di una reazione che non riesce a giustificare in alcun modo, pur comprendendo il dolore per la perdita del giovane.
Sugli scudi, invece, la famiglia di Ugo, che chiede a gran voce giustizia contro il carabiniere ventitreenne il quale, a loro modo di vedere, avrebbe agito con la chiara volontà di uccidere il suo assalitore, circostanza che secondo tale ricostruzione sarebbe dimostrata dal fatto che il secondo colpo espoloso dal militare avrebbe raggiunto il ragazzo alla nuca, mentre quest’ultimo si stava già dando alla fuga. Intanto, due elementi si aggiungono al quadro su cui gli inquirenti sono chiamati a fare luce: il primo è l’identificazione del complice di Ugo, un diciassettenne anch’egli originario dei Quartieri Spagnoli, la cui testimonianza potrà aiutare nella ricostruzione di quegli attimi concitati che hanno portato al conflitto a fuoco.

