Thalassa, nella mitologia greca, era la personificazione del mare. Un giorno un contadino assistette ad un naufragio e rimproverò il mare di essere nemico dell’umanità. Assumendo le sembianze di una donna, Thalassa emerse dall’acqua e rispose accusando i venti e aggiungendo di essere più gentile della terra arida coltivata dal contadino stesso. Ed è questa gentilezza, femminea e fascinosa, ad aver attratto a sé popoli di sognatori e naviganti, vite che si mescolano ad altre vite e riempiono le gocce del mare di parole, che giungono alla riva a cavallo delle onde. L’artista Sara Lovari, ha sapientemente raccolto queste parole, doni preziosi giunti sino a noi da ogni dove, dando corpo alla sua poetica visione della vita e dell’arte, presentando al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, da domani, venerdì 7, fino al 9 marzo, la personale A pesca di vita: un racconto evocativo, una poetica dichiarazione d’amore al mare e alla vita, che, per il tramite di ancore e parole, si incontrano, intrecciandosi indissolubilmente nella sala 95 del Mann, creando così un nuovo e simbolico legame con la mostra Thalassa.
Ad accompagnare l’artista sono tre ancore di ferro a rampino, che, tra gli albori del secolo scorso sino al 1950, hanno conosciuto le profondità del Mare nostrum. Ora, dopo tanto navigare, la Lovari ha dato loro nuova vita, rendendole protagoniste della sua installazione: sovrastando un basamento su cui è presentato un “mare” di parole, le rugginose e vetuste àncore oscillano, narrando silenziose storie di uomini sconosciuti, che hanno messo in scena, inconsapevoli, la loro storia, trasportata dalle onde dell’arte. Ogni àncora è calata su un tema: terra, vita e storia; e oscilla dolcemente su una manciata di parole, su pagine consumate, segnate dallo scorrere del tempo.

