La chiusura di una fabbrica o una vertenza aziendale non riguardano solo le persone direttamente coinvolte, ma coinvolgono le istituzioni e i cittadini, perché le ricadute di una crisi d’impresa non hanno mai un effetto circoscritto. Di conseguenza, la manifestazione dei lavoratori della Whirlpool, azienda leader nel settore delle lavatrici, avviata verso una riconversione industriale che ne decreterebbe la fine, dovrebbe rimettere al centro del dibattito politico la questione della crisi industriale. Il condizionale è d’obbligo in questi casi.
Parole come licenziamenti, chiusure di stabilimenti, mobilità, cassa integrazione, vengono ormai digerite e assorbite attraverso un perverso meccanismo di adattamento collettivo alle cattive notizie. La politica, a tutti i livelli, anziché assumere impegni concreti, preferisce ricercare le responsabilità di “nemici” su cui scaricare rabbie e tensioni: le banche, i compratori che appaiono e scompaiono, la globalizzazione, gli immigrati.
La crisi, come sempre accade, è così piombata alle spalle e sulle spalle dei lavoratori coinvolti. Pochi giorni fa, mentre trattava con il Governo per la concessione di misure favorevoli, la Whirlpool ha comunicato all’autorità di Borsa statunitense l’intenzione di dismettere la sede di Napoli. Per Tirrenia-Cin c’è la prospettiva di mille esuberi tra il personale marittimo dal 2020 e della chiusura delle sedi di Napoli e Cagliari, con il trasferimento coatto di tutto il personale nelle sedi di Portoferraio, Livorno e Milano.
Per quanto riguarda Almaviva, si è concretizzato in questi giorni il trasferimento di quattrocento dipendenti dallo stabilimento di Napoli a quello di Marcianise. All’Algida di Pascarola alcune sigle sindacali hanno sottoscritto un accordo, che prevederebbe una mobilità volontaria per venti persone, che si “allaccerebbero” alla pensione anticipata, mentre per nove lavoratori assunti nell’elenco delle categorie protette sarebbe previsto o il passaggio a un’altra ditta (senza però garanzie sul contratto e sugli stipendi) o il licenziamento.
Una sorta di “miglio verde”, un percorso di tre anni che accompagnerebbe questi nove lavoratori verso un destino lavorativo incerto. Accordo che la Cgil ha contestato con un duro comunicato, sottolineando soprattutto l’aspetto umano di tutta questa vicenda.
Tra accordi di programma, piani industriali, dismissioni, riconversioni il rischio più grave, infatti, è quello di perdere di vista il dramma dei lavoratori coinvolti: malori, stress, impossibilità di costruire una prospettiva personale e familiare o di guardare il futuro con serenità e fiducia. Pasquale Di Micco, cinquantuno anni, da ventotto operaio nella sede Whirlpool di via Argine, dopo la notizia della chiusura dello stabilimento, a causa dello stress, si è lasciato morire, non comprando più i medicinali per curarsi dal diabete. Franco Morlando, dopo giorni di cortei e scioperi, è stato costretto al ricovero in ospedale a causa di una ischemia oculare. Uomini e donne, che nella Repubblica fondata sul lavoro, chiedono solo il lavoro e che raccontano di tanti, troppi politici che li hanno ascoltati come un muro ascolterebbe un essere umano.