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Home Economia

Crisi e Covid-19 / Massimiliano Santoli di Confindustria Caserta: “I ristori non bastano, lo Stato aiuti davvero le aziende”

Il presidente della sezione Piccola industria di Terra di lavoro è molto chiaro: "La pandemia ha bloccato il mercato e ora c'è bisogno di fisco più basso e meno burocrazia"

Pier Paolo De Brasi di Pier Paolo De Brasi
10 Gennaio 2021
in Economia
Massimiliano Santoli, presidente sezione Piccola industria di Confindustria Caserta

Massimiliano Santoli, presidente sezione Piccola industria di Confindustria Caserta

La crisi economica provocata dal Covid-19, le misure dello Stato per aiutare le imprese in difficoltà, il suicidio dell’imprenditore di Aversa e il futuro pieno di incognite: qual è la strada giusta da imboccare per recuperare il terreno perduto e soprattutto la fiducia, al termine di un anno terribile dal punto di vista non soltanto sanitario? Ne abbiamo parlato con Massimiliano Santoli, presidente della sezione Piccola industria di Confindustria Caserta e vicepresidente dell’associazione degli industriali di Terra di lavoro.

Presidente, come giudica i provvedimenti del Governo e della Regione Campania su ristori e contributi verso le imprese penalizzate dalla pandemia?
“Da un lato li giudico positivamente: possiamo dire che lo Stato si è mosso. Dall’altro credo, però, che non saranno le misure tampone a far ripartire le imprese, ma bisogna iniziare a lavorare sulla leva fiscale. Un’azienda che paga il 65 per cento di tasse non avrà mai la forza di riprendersi dopo un momento del genere. I ristori hanno aiutato a superare un periodo drammatico, ma adesso è tempo di pensare a come far diventare le aziende competitive. Confindustria ha distribuito un questionario, fra settembre e novembre 2020, a poco più di duemila piccole aziende sparse sul territorio nazionale: il dato più interessante è venuto fuori quando abbiamo chiesto se, una volta superato questo periodo, avessero intenzione di fare nuove assunzioni o rimanere stazionarie con il numero dei dipendenti. Il 15 per cento ha risposto addirittura che avrebbe ridotto il personale, mentre per il 60 per cento sarebbe rimasto stazionario. Al di là delle percentuali, questo significa che la pandemia ha bloccato il mercato. Le aziende, quindi, devono essere aiutate a ripartire con una politica più leggera dal punto di vista del costo del lavoro e una leva fiscale più bassa”.

Questo è un problema che riguarda l’intero Paese, ma quali altre difficoltà proprie della provincia di Caserta e dell’intera Campania deve affrontare un imprenditore?
“La provincia di Caserta ha una posizione invidiabile, una logistica perfetta, soprattutto nell’agroalimentare, e un’Asi che è la più grande del Mezzogiorno: ci vuole, dunque, un sistema politico-amministrativo solido e performante, cioè una pubblica amministrazione veloce. Non è possibile che nella Pa solo il due per cento dei dipendenti sia sotto i 35 anni. Dal momento in cui è aumentato lo smart working i disservizi della Pa sono cresciuti in maniera esponenziale. C’è bisogno, quindi, di meno burocrazia, che sia vicina alle imprese e non di ostacolo. Ci vuole, ad esempio, uno sportello unico per gli imprenditori, dove chiedere e ricevere tutti i documenti necessari per un’autorizzazione o una pratica, senza essere costretti a girovagare per settimane nei diversi uffici. È chiaro che ci deve essere anche un controllo, però le procedure devono essere snellite. In Italia non attiriamo investimenti proprio per questi motivi, ma in Campania ancora di più: gli imprenditori sanno dei tempi burocratici e si rendono conto di trovarsi in un pantano che non finisce più. È inaccettabile”.

C’è stato il caso, purtroppo, del recente suicidio di un imprenditore aversano: un gesto molto forte. Quanto stanno soffrendo le imprese, nonostante gli aiuti statali?
“Dopo un anno di fermo chi ha avuto liquidità e spalle forti è riuscito a mantenersi a galla. Adesso è arrivato il momento più drammatico, in cui stanno terminando le risorse: si vede il futuro nero, incerto, non c’è la forza di riprendere il cammino. L’imprenditore, quindi, si trova in un momento di grandissima sfiducia, che in quel caso, purtroppo, ha portato a un gesto estremo, ma in altri casi può portare alla chiusura dell’azienda. Non possono essere, dunque, i ristori l’unico modo per risollevare un’azienda. Sono stati utili, ma ora bisogna aiutare l’imprenditore con interventi determinanti per il futuro: lo Stato deve dire ‘non ti sposto le scadenze, te le abbatto’, deve intervenire sul credito d’imposta, sugli investimenti da scontare dalle tasse. In poche parole, deve dare all’imprenditore la possibilità per ripartire. Ci dev’essere quasi una politica ad personam. L’imprenditore che si è suicidato ha avuto una cartella esattoriale enorme, ma doveva essere aiutato dallo Stato e non dire ‘se non paghi entro 90 giorni ti pignoriamo la società’. Come Confindustria Caserta ho proposto al mio presidente di aprire uno sportello che aiuti, almeno nella prima fase, gli imprenditori che non vedono una via d’uscita e vogliono parlare con qualcuno del dramma che stanno vivendo”.

Quanto è alto il rischio che le imprese possano cadere nelle grinfie dell’usura e di un controllo da parte della criminalità?
“Su questo argomento non ho testimonianze dirette, ma il rischio sicuramente esiste: lo dimostrano le numerose dichiarazioni di pm e magistrati antimafia. Se un imprenditore vuole andare avanti, ma non riesce a essere aiutato dalle banche, se lo Stato a sua volta non lo aiuta a dilazionare ciò che deve dare in termini di tasse, se non ha la forza del sostegno della famiglia, è facile che possa cadere nella rete di persone senza scrupoli che fanno finta di dargli una mano. Confindustria si è sempre battuta per far uscire fuori queste situazioni. È chiaro, però, che questi meccanismi avvengono in maniera così tenebrosa che è molto difficile intercettarli, se non con una denuncia dell’imprenditore. La cura preventiva potrebbe essere quella di parlare. Chi è in difficoltà deve trovare ascolto e aiuto dalla struttura garantistica cui si rivolge, sia essa banca, associazione di categoria o anche il proprio commercialista, e non rivolgersi al malavitoso di turno, perché quest’ultima è una strada senza ritorno. Come Confindustria, in passato, abbiamo aperto uno sportello antiusura: imprenditori in difficoltà e in maniera del tutto anonima contattavano l’associazione che, insieme alla Prefettura, cercava di dare loro una mano. Sono queste le azioni che vanno ripristinate, ma alla base di tutto ci deve essere una cultura di impresa trasparente. Se l’impresa è fatta in maniera corretta, senza scorciatoie, tutto ciò aiuta, perché si hanno sempre le carte in regola per poter chiedere una mano. Se le nostre imprese, come purtroppo è accaduto in passato, non sono fatte in maniera pulita, quando arrivano questi momenti è difficile chiedere aiuto, perché non c’è stata trasparenza”.  

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