È il segretario della Commissione anticamorra e beni confiscati della Regione Campania. Vincenzo Viglione conosce i territori in cui la camorra prospera ed è per questo che abbiamo voluto affrontare anche con lui il tema del rapporto tra Covid-19 e criminalità, con la crisi che apre voragini sotto i piedi di imprenditori e commercianti e i quartieri più poveri sotto il ricatto dei piccoli o grandi boss.
La criminalità imprenditrice non è mai morta, è rimasta in attesa, dopo anni di silenzio e calma apparente, per riemergere al momento giusto. Sente odore di soldi. È questo, quindi, per lei il momento giusto?
“È la storia che ce lo insegna. Quando arrivano dei fondi straordinari, come per la ricostruzione post terremoto o l’emergenza rifiuti, la criminalità ha le antenne puntate sui flussi di denaro e cerca di infilarsi. Durante la conferenza di qualche settimana fa il presidente del Consiglio Conte ha parlato di possibilità di deroghe per determinate situazioni. Questo va bene per velocizzare le procedure e non rimanere impantanati nei meandri della Pubblica amministrazione, ma dall’altra parte bisogna fare molta attenzione ad evitare che i fondi vadano a chi non devono andare”.
Cosa deve fare lo Stato per impedire che questi finanziamenti vadano in mano alla criminalità imprenditrice?
“Puntare molto sulla collaborazione con gli organi di vigilanza, in primis con l’Anac, per sorvegliare tutte queste procedure. I clan della camorra sono sempre pronti ad infilarsi per trarre vantaggi, anche perché si fregiano di professionalità che hanno tutti i crismi del caso e perché hanno soldi da investire e quando hai denaro riesci a manovrare con i prestanome e a infilarti con le imprese che fanno capo a te. È un ingranaggio che la magistratura conosce da tempo. Tutti i meccanismi di assegnazione di appalti e gare devono passare attraverso l’occhio più vigile delle autorità competenti. Inoltre, bisogna mobilitare le prefetture per seguire tutti i flussi di denaro e attuare una sinergia fra attività inquirenti e organi della Pubblica amministrazione, per evitare che questi soldi vadano a finire nelle mani di persone che non aiutano il territorio e ingrassano solo il potere criminale”.
Gli imprenditori si lamentano perché le banche non aiutano, non intervengono velocemente nella distribuzione del denaro. Quanto possiamo fidarci degli istituti bancari affinché questi soldi non vadano alle persone sbagliate?
“Quando le banche cominciano ad alzare il livello burocratico di accesso al credito, questa situazione non può che favorire chi, invece, ha liquidità da piazzare sul mercato e si sostituisce al ruolo degli istituti di credito. Gli organi dello Stato hanno fatto il discorso con il sistema bancario in modo che sia molto più flessibile nei confronti di chi ha necessità di investire. Se questo non avvenisse è chiaro che, sia direttamente sia indirettamente, si rischierebbe di favorire il potere criminale. Ci potremmo trovare con un sistema simile a qualche anno fa, quando si parlava di Nicola Cosentino che avrebbe fatto da facilitatore con determinati sistemi bancari o addirittura con i clan importanti che hanno dei fondi da piazzare sul mercato e finire nel meccanismo contorto legato ai prestiti usurai. L’allarme che stiamo lanciando dall’inizio emergenza, rimarcato più volte anche da Federico Cafiero de Raho, è che bisogna fare molta attenzione al sostegno delle piccole e medie imprese e dei piccoli esercizi, perché sono in sofferenza e ci può essere la possibilità di restituire cifre esorbitanti o addirittura cedere l’attività agli uomini dei clan”.
Come, invece, intervenire per evitare che la camorra aiuti le famiglie meno abbienti in quei quartieri in cui, da sempre, ha cercato il consenso?
“Per i meccanismi a sostegno delle famiglie più in difficoltà vanno attenzionati quei canali di solidarietà che nascono al momento. Tutte quelle persone che possono accedere ai meccanismi di aiuto devono avere come riferimento solo i canali ufficiali, per fare in modo che non ci sia questa sostituzione da parte delle organizzazioni di facciata che poi dietro nascondono tutta una serie di riferimenti di carattere criminale. Un altro problema, poco evidenziato, è che si sono verificati casi in cui sono stati usati i social per contattare le persone in difficoltà. Nella prima metà di questo lockdown ci sono state persone raggiunte via telefono da non si sa chi perché avevano segnalato su Facebook il proprio stato di disagio. Queste telefonate promettevano aiuti. Quindi, anche in questo caso, usare canali di comunicazione solo ufficiali. Faccio un esempio per tutti: il numero messo a disposizione da Libera nei giorni scorsi, la cosiddetta ‘Linea Libera’. La camorra ha ramificazione anche a livello dei social, stanno molto attente anche su questi canali perché, come dicevo prima, hanno le antenne puntate su tutto. Queste sono segnalazioni arrivate via mail alla Commissione regionale anti camorra, che abbiamo raccolto e, insieme a nostre considerazioni, inviate al presidente della giunta regionale Vincenzo De Luca, alle prefetture e a tutti gli organi preposti”.
Le scarcerazioni possono favorire il ritorno della criminalità in questo momento di emergenza per il Covid-19?
“Chi è stato in carcere per tanto tempo ha perso quella leadership sul territorio. Leggendo le varie relazioni semestrali della Dia, si è in qualche modo compreso che gli equilibri sono cambiati, il modo di essere presente sul territorio è cambiato, sono cambiati i vertici e gli atteggiamenti della criminalità organizzata. Quindi le scarcerazioni e la presenza ai domiciliari dei boss, le dobbiamo leggere anche sotto un altro punto di vista. È vero che delle scarcerazioni potevano essere evitate, ma è altrettanto vero che chi sta ai domiciliari è sorvegliato dagli organi preposti. C’è un rischio maggiore, ma le forze dell’ordine non sono sprovvedute. C’è poi il fatto che le cosiddette nuove leve non sono tanto malleabili e anche il ritorno di un nome importate dopo tanti anni non so quali regole e quale organizzazione possa dettare. Io farei molta più attenzione alla criminalità presente suoi terrori, piuttosto che sui rischi del ritorno di questi boss di vecchia data, fermo restando che i riflettori vanno puntati su entrambi i fenomeni. C’è un altro fattore: le alleanze criminali non sono cosi solide come in passato. È brutto vedere fuori dal carcere questi personaggi, soprattutto per le vittime innocenti, ma le collaborazioni tra le varie organizzazioni mafiose ora sono evanescenti, durano il momento di contrarre un affare e poi spariscono”.
Questo significa che ci dobbiamo aspettare un ritorno delle faide e dei morti per la riconquista del potere?
“Il rischio di una recrudescenza c’è sempre. Se questo rischio lo vogliamo collegare alle scarcerazioni dei boss, c’è un elemento di riflessione da fare. Se questi boss, nonostante tanti anni di reclusione, hanno ancora la possibilità di recitare un ruolo da protagonista, allora significa che qualcosa non ha funzionato prima. Io sono convinto che la magistratura, gli organi dello Stato hanno lavorato bene, quel rischio se c’è è minimo e farei molta più attenzione a chi ha operato in questi anni sui territori, anche sotto traccia. Da qua nasce lo scontro: le stese, gli episodi che si sono verificati in questi anni ad esempio ad Afragola e dintorni, con il clan Moccia, sono gli episodi che destano maggiore preoccupazione e manifestano la presenza delle organizzazioni criminali sul territorio. Se queste persone scarcerate sono riuscite, dopo anni di reclusione, a mantenere un loro feedback con il territorio, allora mi preoccuperei, ma sono convinto che chi di dovere ha lavorato bene in questi anni per allontanare questo rischio”.
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