55 associazioni distribuite nelle regioni del Sud, un’unica federazione che le unisce “per interloquire a tutti i livelli con le istituzioni e, soprattutto, offrire alle tante vittime che ancora non denunciano un sicuro punto di riferimento e di appoggio”. Questa è la Fai, la Federazione delle associazioni antiracket e antiusura italiane, presieduta da un ristoratore di Castel Volturno, Luigi Ferrucci, con il quale continuiamo il nostro cammino per scoprire come la criminalità è pronta ad approfittare della crisi economica nata dal Covid-19.
Come associazione avete notizie di aziende che sono state avvicinate dalla camorra per ‘aiutarle’ in questo momento di difficoltà?
“In questi giorni in molti mi stanno chiedendo se stanno arrivando richieste di aiuto o denunce. È ovvio che questo non può accadere, in questa prima fase. Se io sto in difficoltà, se oggi sono costretto a rivolgermi agli usurai, non è che vado subito dai carabinieri. È chiaro che questo potrà avvenire molto più in là. Un’altra cosa che si teme sono le infiltrazioni della camorra nelle aziende. L’osservazione che mi sento di fare è che sicuramente il rischio c’è, ma anche questa cosa non può avvenire in maniera visibile. Mi spiego. Se ho un’attività e non riesco a riaprire, a sostenere le spese e sto chiuso da marzo, posso accettare chi si avvicina ti dice inizialmente che ti dà una mano, diventando il tuo socio occulto, poi socio di minoranza. Infine divento io prestanome della mia stessa azienda. Ed ecco che l’azienda dal circuito legale ricevo risorse ‘sporche’ ed entro nel circuito illegale. Un altro aspetto da considerare e di cui non si è molto parlato riguarda il pizzo. Come sappiamo, sono tre i periodi in cui viene richiesto: Natale, Pasqua e Ferragosto. Quest’anno a Pasqua la criminalità ha trovato le serrande abbassate per il Covid-19. Solo in questo caso hanno perso terreno e soldi. Ci aspettiamo, quindi, una recrudescenza di questa attività criminale, con una maggiore aggressività”.
Come avviene, di solito, il contatto con l’azienda da parte della criminalità?
“Ci sono varie modalità, una regola precisa non c’è. Spesso c’è il finto amico, questo succede anche per le estorsioni. Ti dice di non preoccuparti, che ci parla lui e che ti farà pagare di meno. Ma il punto di partenza sono gli strumenti messi in campo per rilanciare l’economia. C’è la cassa integrazione per i dipendenti, i prestiti attraverso le banche con la garanzia dello Stato. Potrebbero servire a dare liquidità alle imprese e a sostenere le persone che hanno perso il lavoro, ma il problema è che questi strumenti stanno andando troppo a rilento. Lo strumento dei 25mila euro con la garanzia dello Stato, che le banche dovrebbero erogare senza istruttoria, è uno strumento valido. Ma il decreto prevede che questa garanzia dello Stato non può essere data laddove l’impresa è in sofferenza economica al 31 dicembre. Questa è una situazione non rara fra le imprese del nostro territorio, soprattutto perché non veniamo da un periodo florido precedente al Coronavirus. Quindi, non essendoci la garanzia, la banca rifiuta il prestito. Nel momento in cui la banca ti chiude le porte e io ho debiti, si affaccia la possibilità del finto amico che ti presta i soldi e mi devo rivolgere, a denti stretti, all’usuraio. Bisogna fare in modo che ciò non accada. Come associazione antiracket cerchiamo di essere attenti sui territori, tendiamo la mano e il nostro numero è stato attivo anche durante il lockdown. Facciamo di tutto affinché nessuno si senta solo, però bisogna fare presto, limare gli intoppi burocratici. Se da un lato è giusto controllare chi riceve questi soldi, dall’altro bisogna snellire le procedure”.
Le banche, quindi, come si stanno comportando? Stanno venendo incontro alle richieste delle aziende?