Sono trascorsi trentasei anni esatti da quel 5 luglio 1984 che segnò l’inizio della travolgente storia d’amore tra Diego Armando Maradona e Napoli. Erano le sei e mezza del pomeriggio, quando il fuoriclasse argentino salì per la prima volta le scale dello stadio San Paolo per entrare sul terreno di gioco, raggiungere il centro del campo e salutare i suoi nuovi tifosi con quelle poche parole poi entrate nella storia della società azzurra e della città partenopea: “Buonasera napolitani! Sono molto felice di essere con voi. Forza Napoli!“. Seguì un fortissimo calcio di sinistro per lanciare il pallone in alto nel cielo, tra il tripudio di quei settantamila tifosi che avevano pagato 1000 lire soltanto per dare un primo saluto di pochi minuti al loro nuovo idolo e condottiero. Da quel giorno, per i sette anni a venire, la storia sportiva – ma, in qualche modo, anche quella sociale – della città cambiò per sempre, con una piazza storicamente perdente che, per la prima volta, riuscì a issarsi sul tetto d’Italia almeno nel calcio e col suo simbolo vivente che, anche suo malgrado, seppe trasformarsi in una sorta di emblema del riscatto – seppur effimero come tutte le cose del calcio – di un’intera parte del Paese, quel Mezzogiorno che ha proprio in Napoli il suo polo urbano e storico-culturale di riferimento.

Chi scrive, quel 5 luglio 1984, aveva 12 anni e ne avrebbe compiuti 13 di lì a qualche mese. Quindi, da tifoso del Napoli, ha avuto la fortuna di “godersi” Maradona in un’età decisiva, tra i 12 e i 19 anni (tra l’ultimo anno di scuola media e il primo di università), crescendo in pratica assieme a quel calciatore che, ovviamente anche per una questione generazionale, è sempre stato molto più che un semplice calciatore (e, pur in maniera decisamente più laica, lo è ancora oggi). Si può immaginare con facilità, dunque, l’emozione provata nei confronti del nuovo numero del bel mensile Linus, che da ieri è in edicola con un fascicolo che omaggia il mito di Diego Armando Maradona attraverso la forza della nona arte e con le parole di alcuni interventi affidati a studiosi e osservatori attenti, in alcuni casi tifosi doc, nel tentativo di ricatturare in qualche modo la magia e, al tempo stesso, di raccontare a chi era troppo piccolo chi sia stato, davvero, il più grande calciatore di tutti i tempi.

