Raccontare Maurizio De Giovanni, due milioni di copie vendute solo in Italia, scrittore dallo straordinario appeal sul suo pubblico, ma anche napoletano capace di narrare Napoli senza retorica, senza mitologie e con un lessico ricco e potente, non è impresa facile. I suoi libri sono pieni di umanità, i suoi personaggi adorabili e i luoghi della città partenopea sono descritti sempre con amore autentico. In merito alla polemica con il direttore di Libero, Vittorio Feltri, che è rimbalzata sui social e sui media nei giorni scorsi, confessa che non gli sarebbe convenuto denunciare, perché molti suoi lettori sono del Nord, ma questa cosa andava fatta. Il suo nuovo romanzo, Una lettera per Sara, doveva uscire per Rizzoli a fine marzo, ma De Giovanni ha deciso non soltanto di rimandarlo al 19 maggio, ma anche di non pubblicare l’ebook, perché le librerie vivono di best sellers come i suoi e vanno sostenute.
Le parole di Vittorio Feltri in Tv (“Credo che in molti casi i meridionali siano inferiori“) hanno scatenato un putiferio. Lei, De Giovanni, assieme al senatore Sandro Ruotolo, lo ha denunciato. Cosa si cela dietro questi attacchi ai meridionali?
“Credo che ci siano due componenti: una ristretta, ottusa mentalità ormai decrepita, curvaiola e infondata, che continua a cibarsi di pregiudizi, e una strategia precisa, concordata a tavolino, tesa a distogliere la pubblica attenzione dalle nefandezze che l’amministrazione regionale lombarda ha combinato dall’inizio della pandemia (vedi Rsa e ospedali di Alzano e Nembro, nonché l’ormai celebre iniziativa #milanononsiferma), per la quale soggetti come Feltri, ormai legato a un personaggio da farsa, sono gli ideali ambasciatori”.
L’immagine del sud Italia bistrattata, patologicamente proposta nel prisma “dello stereotipo delle clientele e del degrado” ha mostrato, invece, i suoi aspetti virtuosi durante questa pandemia. Lo storytelling del Coronavirus ha svelato un’Italia rovesciata?
“Sono più propenso a credere che ci siano anche state circostanze fortunate. È indiscutibile che perlomeno in Campania abbiano concorso tre elementi: una leadership istituzionale tempestiva e decisa, l’indiscutibile eccellenza della sanità che con professionalità rilevantissime ha supplito alla fatiscenza di alcune strutture, la sensibilità civica del popolo che si è uniformato alle normative restrittive. Ma più di tutto ha inciso il fatto che il contagio ha colto impreparato il Nord e ha consentito al Sud di prepararsi per tempo”.
La politica, da tempo, ha perso il senso della bellezza per salvaguardare il territorio, le città. Sembra contare solo ciò che è utile e profittevole. Oggi foto e video testimoniano ai tempi della pandemia la bellezza di territori noti di solito per il loro degrado. Il vero dramma del Sud è quello dell’immensa bellezza che abbiamo intorno e che non sappiamo tutelare?
“Così è stato per troppo tempo, dal dopoguerra in poi. Adesso, col fallimento di un’industrializzazione che non appartiene alla nostra natura, tendenzialmente imprenditoriale e dei distretti di trasformazione, distrutti dalla concorrenza della Cina e dell’Europa dell’est, abbiamo finalmente compreso che l’unico modo per creare un’economia strutturalmente in grado di consentirci di sopravvivere è proprio la bellezza. La natura, l’arte, l’archeologia e la storia, ma anche l’agroalimentare, lo spettacolo, la musica e il teatro. Tutto questo è il nostro passaporto per il futuro: lo dovranno capire le istituzioni e la politica, perché la gente lo ha già da tempo compreso”.
A proposito di politica, il Pd a Napoli, attraverso la coppia Sarracino-Mancuso, aveva chiesto apertamente il suo sostegno. Lei aveva risposto di essere pronto in presenza di una precisa volontà di cambiamento. Allora, lei ci sta?
“Di certo mi riconosco nell’area di una sinistra solidale e connessa alle esigenze popolari, che sia interessata a una crescita della città fino a riassumere il ruolo di capitale della cultura che le compete. Chiunque dovesse operare in tal senso mi avrà dalla sua parte. Marco e Paolo sono miei amici e hanno un reale, genuino interesse a fare bene, ma hanno facoltà limitate dalla Regione e da Roma. Io rappresento, credo, un pensiero libero e autonomo”.
I protagonisti dei suoi romanzi sono, spesso, dei poliziotti, da Ricciardi a Maione, da Lojacono ai suoi colleghi di Pizzofalcone, tutti accomunati da un un profondo senso di giustizia. Due giorni fa un poliziotto di 37 anni è stato ucciso durante un tentativo di rapina in banca e all’indomani dell’uccisione del giovane rapinatore Ugo Russo, lei ebbe a dire che contro i “mali” di Napoli, lo Stato deve rispondere con soluzioni forti, anche con l’esercito, se necessario. La pensa ancora così?
“Napoli ha problematiche immediate ed emergenziali, come la microcriminalità e la presenza delle organizzazioni criminali che governano parti del territorio, e situazioni strutturali come la dispersione scolastica. L’esercito può essere utile a fronteggiare le prime, in aree della città in cui lo Stato è percepito come un nemico, ma per le seconde servono soluzioni di più lungo periodo. Se togliamo i ragazzi dalla strada e gli offriamo opportunità lavorative, sono certo che la camorra non potrà reclutare nuove forze facilmente”.
I quartieri Spagnoli del brigadiere Maione, i vicoli di Bambinella, il Gambrinus di Ricciardi, Pizzofalcone e i suoi palazzi d’epoca, scrigni di dimore meravigliose, sono la rappresentazione della “grande bellezza” di Napoli. Rivedremo tutto questo alla fine della pandemia? E come cambierà il racconto di quella Napoli?
“Nessuno può dire oggi cosa cambierà nella percezione della città da parte di chi ci vive, se le abitudini torneranno le stesse di prima e quanto ci metteranno. Resterà la bellezza immensa che c’era, e magari migliorerà anche perché sarà meno bistrattata da un uso selvaggio e inconsapevole. Il racconto, come sempre, sarà una conseguenza degli eventi”.
Ha deciso di rimandare l’uscita del suo ultimo romanzo Una lettera per Sara. Un gesto d’amore per le librerie, visto che i suoi libri superano il milione di copie. Che ne direbbe se questo gesto di generosità fosse premiato con un Bookcity Napoli firmato Maurizio De Giovanni?
“Grazie del complimento. Ma credo che gli scrittori debbano fare gli scrittori, inventando storie e personaggi e seguendoli nelle traiettorie che determineranno da soli. Per quanto mi riguarda, sono disponibile a tutto quello che serve per il bene della mia città: ma non ho grandi capacità organizzative, purtroppo. Mi sento più un soldato che un ufficiale”.
Una volta ha detto che il Napoli calcio è la pelle del suo cuore. Juve-Napoli 1-3 – la presa di Torino, Storie azzurre, Maradona è meglio ‘e Pelé e Il resto della settimana, solo per citare alcuni dei suoi scritti, diciamo così, “tematici”. Quanto manca a Maurizio De Giovanni la squadra in campo?
“Mi manca la normalità, e il calcio e il Napoli fanno parte della normalità. Per quanta passione io abbia e per quanto forte sia l’amore per la maglia azzurra, non sarebbe calcio quello a porte chiuse, a contratti scaduti, con la paura del contagio e fuori stagione. Vedere due calciatori che si abbracciano in uno stadio vuoto dopo un gol e non poter stringere la mano a un amico mi sembrerebbe una rappresentazione forzata di una realtà che, oggi, non esiste. Quindi preferisco aspettare tempi migliori“.
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