Ci si può innamorare in un’età che appare come non più consona all’amore? È possibile vivere un amore che esalti la tenerezza della parola e della sua condivisione, senza passare attraverso la passione bruciante tipica della giovane età? Kent Haruf, scrittore statunitense più noto per la cosiddetta Trilogia della pianura poco prima di morire scrive un romanzo, Le nostre anime di notte, i cui protagonisti sono due anziani: Addie Moore e Louis Waters.
Entrambi vivono la dimensione della solitudine: vedovi, con figli lontani e due vite intense ma ormai appartenenti al passato. Lo sfondo è un’immaginaria cittadina del Colorado, Holt, a cui il lettore della Trilogia è già abituato, la quale sembra essere la spettatrice silenziosa di questa storia fatta di semplici, quanto rivoluzionari gesti quotidiani e che con le sue strade, villette, verande e bar, non può non fare immergere nelle atmosfere della piccola provincia americana.
Ed è in questa provincia che un giorno Addie bussa alla porta del suo vicino per porgergli un’insolita domanda: “Vuoi attraversare la notte con me? Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare. […] Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?” (p.8)
Attraversare la notte, sintetica ma potentissima immagine che si mostra eloquente nel rappresentare il silenzio penetrante della notte, quel silenzio della solitudine che solo la presenza dell’altro e della sua parola può aiutare ad attraversare, a sfondare.
Ed è da questa proposta che i due anziani si incontrano e cominciano ad attraversare le notti insieme, semplicemente essendoci, l’uno per l’altro, offrendo l’ascolto alle parole dell’altro, ai suoi racconti, ai suoi ricordi, ai dolori, ma anche alle parole più semplici, quelle che parlano del tempo o di come si è passata la giornata.
Sono due anime che di notte si incontrano a dispetto delle convenzioni e delle apparenze, al di là delle voci sempre pronte a esprimere giudizi e a criticare, al di là di quell’atteggiamento censorio e da tribunale che molto spesso assume la società.
Queste due anime tratteggiate da Haruf esprimono quel desiderio di vivere e di amare che ha diritto di esistenza finché la vita c’è, inoltre rappresentano in toto quello che invece la nostra società ipermoderna elude e cancella in nome di una giovinezza sempre prestante e vigorosa.
Questi due anziani che si innamorano non fanno i ragazzini, non annullano i loro anni in nome di una finta giovinezza, ma restano pienamente ciò che sono, esprimono solo il diritto a far vibrare ancora le corde dell’amore. Purtroppo però gli schemi e le convenzioni possono distruggere anche coloro che, come Addie e Louis, avevano deciso di fregarsene, soprattutto quando saranno i figli a esigere il rispetto delle apparenze.
Tra le pagine di questo romanzo in molti, tra cui il bravissimo traduttore dell’opera di Haruf, Fabio Cremonesi, hanno sentito un certo ‘senso di urgenza’, una fretta determinata, molto probabilmente, dalla malattia dell’autore che se lo sarebbe portato via poco dopo aver consegnato questo scritto alle stampe.
Emerge un’urgenza nel raccontare quella parte della vita totalmente trascurata oggi, dove la vecchiaia sembra un male da estirpare e dove gli anziani, quando ci sono, sono considerati un peso. Ebbene, nonostante questa sensazione del ‘prima che sia troppo tardi’ questo romanzo con il suo stile essenziale, quasi scabro nel suo annullare anche i segni di interpunzione nei discorsi diretti, sa andare all’osso dei sentimenti e delle emozioni umane e sa offrirci una speranza: la possibilità che anche se il fiore degli anni è già passato, qualcosa di buono può sempre arrivare. L’importante è restare aperti verso l’altro e la vita.