45mila euro a tre società della ‘ndrangheta. Ha fatto presto la mafia calabrese ad accaparrarsi i contributi a fondo perduto diretti alle aziende sprofondate nella crisi per l’emergenza Coronavirus e previsti dal Governo con il Decreto rilancio dello scorso 19 maggio. Non ha fatto in tempo, invece, ad intascare i soldi annunciati da un precedente provvedimento dell’esecutivo, il Decreto liquidità dell’8 aprile. È arrivata per prima la Direzione distrettuale antimafia di Milano, con l’indagine coordinata dalla Procura del capoluogo lombardo, precisamente da Alessandra Dolci procuratore aggiunto e Bruna Albertini pm.
L’inchiesta, che si è avvalsa degli investigatori del Gico della guardia di finanza, ha portato all’arresto di otto persone e a sequestri per 7 milioni e mezzo di euro. Una truffa nel settore dell’acciaio partita da società che emettevano false fatture e condotte da prestanome che coprivano il giro di denaro dell’organizzazione malavitosa. I 45mila euro sono stati chiesti e ottenuti a favore di tre società guidate da uomini vicini alle ‘ndrine della provincia di Crotone. In particolare, il nucleo di polizia economico-tributaria della guardia di finanza di Milano, ha scoperto che a ottenere vantaggi dai contributi elargiti per l’emergenza Covid-19 sono stati i clan Greco di San Marco Marchesato e Grande Aracri di Cutro, quest’ultimo presente in Emilia Romagna e coinvolto nel maxi processo ‘Aemilia’, il primo nella regione contro la ‘ndrangheta.

