Bisognava solo capire quando e come il calderone sarebbe stato scoperchiato. Tra rumors di piazza, dichiarazioni di pentiti, indagini e l’insediamento della commissione di accesso presso il Comune di Sant’Antimo, in paese era attesa la notizia di una nuova ondata di arresti. A ferire al cuore una intera comunità è stato, però, il coinvolgimento di otto carabinieri della tenenza di Sant’Antimo. L’inchiesta della Procura di Napoli, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) e condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo di Castello di Cisterna, ha scoperto un presunto sistema di connivenze con la camorra, che negli anni avrebbe visto coinvolti un politico e alcuni militari in servizio alla stazione di Sant’Antimo.
Vergogna, sconforto, inquietudine: queste le parole più utilizzate, soprattutto sui social, per commentare la notizia degli arresti. Ed è indubbio che questa vicenda sia inquietante soprattutto in un paese di camorra come Sant’Antimo, dove la gente avrebbe bisogno di potersi fidare dei suoi politici e dei suoi carabinieri. E, invece, cinque militari sono stati arrestati su ordine della Dda di Napoli (Pm Giuseppina Loreto e Antonella Serio) con accuse di corruzione e rivelazione di segreto di ufficio. Altri tre carabinieri, invece, sono stati sospesi dai pubblici uffici per un anno e un ex consigliere comunale è attualmente ai domiciliari.
Le misure sono state eseguite dal comando provinciale dei carabinieri di Napoli agli ordini del generale Giuseppe Canio La Gala. Il lavoro investigativo ha fatto emergere anche un tentativo di screditare e poi addirittura di intimidire il maresciallo Giuseppe Membrino della stazione di Sant’Antimo, che si sarebbe impegnato particolarmente nell’ostacolare le attività della camorra nel 2009, prima di essere trasferito a tutela della sua incolumità. “Era una persona perbene, non si è mai piegato ai clan”, dice di lui il pentito del clan Puca, Claudio Lamino, dalle cui dichiarazioni, ritenute attendibili dal Gip di Napoli, Valentina Gallo, sono partite le indagini.
Il maresciallo Membrino aveva sequestrato un capannone dove il boss della camorra locale Pasquale Puca stoccava illegalmente rifiuti, arrivando a guadagnare anche diecimila euro al mese e aveva preso l’abitudine di annotare tutti i numeri di targa nei pressi della casa del boss. Lamino prima ha raccontato agli inquirenti dell’attentato realizzato ai danni del maresciallo, poi ha parlato dei soldi dati ai carabinieri infedeli (“la cifra a loro destinata dal clan era 1500 euro a testa, stando a quello che ci diceva Amodio Ferriero, un uomo dei Puca”). Soldi, ricevuti nel mobilificio di Francesco Pio Di Lorenzo, ex presidente del consiglio comunale, oppure merce rubata o ottenuta in vario modo: era diventata prassi, ad esempio, quella di ottenere in dono prosciutti e capretti. Carabinieri che, in pratica, erano diventati “soci occulti” della camorra, acquistando appartamenti a basso costo in zone vincolate che avrebbero dovuto controllare. In cambio, i militari preannunciavano perquisizioni e servizi nei confronti degli affiliati del clan Puca. Anche i soggetti appartenenti ai clan Verde e Ranucci, in caso di problemi, si rivolgevano a Di Lorenzo per avere contatti con i carabinieri.
Ai domiciliari è finito, quindi, anche Francesco Pio Di Lorenzo, ex consigliere comunale di Forza Italia, il più votato alle elezioni del 2017 con circa 1200 preferenze. Per gli inquirenti era il politico a disposizione di Pasquale Puca, che fungeva da trait d’union tra i militari “infedeli” e la camorra. Di Lorenzo, diploma di terza media e titolare di un mobilificio, è da sempre considerato uno dei politici più potenti di Sant’Antimo. Con Forza Italia viene eletto ininterrottamente nella pubblica assise dal 1998 (fatta eccezione di una “pausa” di sei mesi nel 2006) e ad ogni elezione ottiene sempre una valanga di voti, arrivando così a ricoprire la carica di presidente del consiglio comunale nel 2012. Durante la campagna elettorale del 2017 è finito più volte nelle invettive del candidato a sindaco del partito democratico, Aurelio Russo, per degli affidamenti diretti ad una azienda del fratello e per dei permessi a costruire rilasciati dall’ingegnere Claudio Valentino, responsabile dei settori edilizia privata e lavori pubblici presso il Comune di Sant’Antimo. Nei momenti delicati per l’Amministrazione Russo, quali i passaggi sul Bilancio nelle sedute consiliari della primavera del 2018, in più circostanze risultavano assenti esponenti delle minoranze consiliari e precisamente quelli riconducibili all’area Di Lorenzo. Ovviamente non mancarono le polemiche.
Su Di Lorenzo, Lamino ha inoltre rivelato il sistema di telefoni “dedicati” escogitato per far arrivare notizie riservate al boss Pasquale Puca e proteggerlo dalle tempeste giudiziarie in arrivo. Uno era dato a un carabiniere, l’altro a Di Lorenzo. Il terzo era del boss. Il primo chiamava il secondo che comunicava al terzo. Una volta la triangolazione non funzionò, Puca venne arrestato e, secondo le testimonianze di Claudio Lamino, “il figlio Lorenzo se la prese con Pio, chiedendogli il motivo per il quale il padre non era stato avvertito”. La spiegazione che ne ottenne è curiosa e discordante: il carabiniere sosteneva che il cellulare di Di Lorenzo era spento, Di Lorenzo invece disse che l’aveva sempre tenuto acceso. “Ricordo – afferma al riguardo Lamino – che Lorenzo disse a Piuccio di mettersi d’accordo su chi dice la verità, perché il padre era molto incazzato”.
Rapporti stretti con il clan Puca che agisce, attraverso il consigliere Di Lorenzo, sul Comune di Sant’Antimo. Tanto che il figlio di un carabiniere sospeso risulta prima idoneo selezionato per il servizio civile e poi sempre idoneo selezionato per un fantomatico incarico da 300 euro al mese di supporto al rup per colmare le lacune degli uffici.
Lo Stato ha vissuto qui nel lato oscuro, che oggi viene per la prima volta illuminato. Lascia senza parole la conversazione tra due carabinieri non indagati, ma intercettati durante le indagini: “Sant’Antimo ha una nomea peggiore di Melito. Qui i nostri colleghi hanno fatto una strage”. Per gli inquirenti napoletani è, infatti, emerso un vero e proprio asservimento di alcuni carabinieri nei confronti della camorra della zona di Sant’Antimo. Asservimento che, però, è anche di un’intera classe politica, che persegue fini estranei all’interesse comune, tollerando l’ascesa alle cariche istituzionali di prestigio e ai ruoli dirigenziali dell’Ente, di personaggi gretti e sprovvisti di cultura politica e amministrativa.
E se, a detta del generale La Gala, l’Arma dei carabinieri ha gli anticorpi in grado di contrastare le azioni dei militari infedeli, altrettanto non può dirsi per la politica. Secondo l’ultima relazione della Dda a Sant’Antimo, nonostante gli arresti dei vertici, i diversi clan, guidati da elementi di secondo piano, si sarebbero uniti, riuscendo a preservare il controllo del territorio. Sarebbe in atto un ulteriore mutamento della morfologia dei clan santantimesi: la camorra imprenditrice che ricerca continuamente relazioni con la politica. Oltre alla vicenda che sta riguardando il consigliere Di Lorenzo, non bisogna dimenticare, infatti, gli attentati a consiglieri e a dipendenti comunali, la condanna di un ex consigliere e di un vigile urbano per minacce a un dipendente del Comune per dei favori al figlio del boss Puca, le dimissioni di una consigliera comunale a seguito dell’operazione Omphalos che aveva portato all’arresto del padre, ritenuto dagli inquirenti il “commercialista” dei clan.
La politica a Sant’Antimo è inquietante, fa paura con quel falso cappello del “bene del paese” continuamente tirato in ballo, mentre è palese come l’unico interesse sia quello personale: permessi a costruire e posti di lavoro. Se questo è l’orizzonte di chi ci ha governato, l’unico scopo sarà sempre e solo quello aumentare o difendere il proprio potere, ad ogni costo e con ogni mezzo. Quindi, nonostante la triste vicenda che riguarda alcuni carabinieri infedeli, è grazie all’Arma che si è realizzata una efficace azione di contrasto contro il dilagante potere dei clan di Sant’Antimo.
L’azione di contrasto dei carabinieri del comando provinciale di Napoli nei confronti delle organizzazioni camorristiche, è doveroso ricordarlo, ha portato all’arresto di pericolosi latitanti e al sequestro di beni mobili e immobili per un valore complessivo di 20 milioni di euro. A ciò si aggiunge l’efficace azione di monitoraggio nei confronti delle amministrazioni locali che ha portato allo scioglimento, per infiltrazioni mafiose, di 6 Comuni negli ultimi 5 anni nella Provincia di Napoli. Nell’ambito di questa azione, si inquadrano le numerose operazioni di servizio che hanno riguardato il territorio di Sant’Antimo e i clan su di esso operanti (Puca, Ranucci e Verde), condotte dai carabinieri del Gruppo di Castello di Cisterna, articolazione del comando provinciale di Napoli competente, tra l’altro, nell’area nord della provincia. In questa attività si sono particolarmente distinti i militari della tenenza di Sant’Antimo, che hanno fornito un contributo importante nel contrasto ad ogni forma di criminalità con l’arresto di 410 persone negli ultimi cinque anni.
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