Erano dimenticati i libri nel famoso cimitero che anima la sua tetralogia El cemeterio de los libros olvidados, ma le opere di Carlos Ruiz Zafón continueranno a vivere in futuro e a catturare l’attenzione di più generazioni di lettori. Ci lascia oggi lo scrittore spagnolo a soli 55 anni, a causa di un cancro al colon che lo affliggeva da molti anni. Ci lascia, però, una quantità di opere di grande qualità che ci terranno compagnia – e forse, in questo periodo così difficile, lo hanno già fatto – con storie e vicende immaginarie incastonate nella realtà sociale di turno. La tetralogia alla quale si accennava prima, appunto, Il cimitero dei libri dimenticati, è stata pubblicata tra il 2002 e il 2016, anno di uscita del libro di chiusura. La prima pubblicazione, L’ombra del vento (La sombra del viento), portò l’autore alla ribalta internazionale e al successo, esponendo le avventure di Daniel Sempere, giovane protagonista, agli occhi del mondo intero. Il gioco dell’angelo (El juego del ángel) uscì nel 2008, dopo quella che gli appassionati avranno giudicato come una lunghissima attesa. Poi, nel 2011, è arrivato il terzo elemento della tetralogia, Il prigioniero del cielo (El prisionero del cielo), che ha preparato la strada per il gran finale, nel 2016: Il labirinto degli spiriti (El laberinto de los espíritus).
Il Cimitero dei libri dimenticati non è soltanto una labirintica e gigantesca biblioteca, nella quale vengono conservati migliaia di volumi, ma anche una metafora, forse esplicativa della mente e del modo di essere di Carlos Ruiz Zafón, di come la memoria e la conoscenza possano avere un ruolo cruciale nella vita delle persone. Tutti siamo a rischio di dimenticare, di vivere esistenze banali, vuote, bloccate in superficie, ferme davanti all’uscio di una porta che nasconde imprese memorabili, come quelle dei vari protagonisti, le cui vicende si dispiegano all’interno di una Barcellona decadente, divisa tra la guerra civile e il regime franchista. Una Barcellona dove lo scrittore era nato nel settembre 1964 e che era la città dei suoi sogni, ma che aveva lasciato per trasferirsi all’altro capo del mondo. Los Angeles, in effetti, era lontana ma in qualche modo più vicina di quanto si pensi. A parte la preminenza della lingua spagnola (soprattutto nelle zone del sud), la città californiana risultava congeniale allo scrittore, per la presenza di artisti e, più di tutto, di Hollywood.



