Economia

Tabacco in fumo per la Campania, Vincenzo Argo: “Rischio catastrofe economica”

Una catastrofe per l’economia della Campania e non solo”. Il grido di allarme lo lancia Vincenzo Argo (nella foto), presidente campano di Italtab, organizzazione di produttori del tabacco che ha sede a Verona. Non è un grido lanciato per creare allarmismo: i numeri parlano chiaro. “In Campania produciamo in un anno 18 milioni di chilogrammi di tabacco – prosegue Argo – il fatturato è di circa 50 milioni di euro, con 3.500 ettari di terreno coltivati da 1.300 aziende. Sono 8.000 lavoratori direttamente occupati, con l’indotto si arriva a quasi 20.000”.

La produzione maggiore si ha nelle province di Caserta e Benevento. In Terra di Lavoro ci sono 574 aziende, per 1.940 ettari coltivati che danno ben 11.178.841 kg di tabacco. Nel Sannio 543 ditte, 1.200 ettari e 4.840.273 kg di prodotto. Le 125 aziende di Avellino, le 51 di Napoli e le 28 di Salerno, su 380 ettari complessivi coltivati, portano in dote totalmente 1.981.000 kg. Tutto questo, o gran parte, rischia di scomparire. Nella manovra in discussione in Parlamento è “previsto l’aumento delle accise sulle sigarette. Un aumento che potrebbe essere tollerato dai nostri maggiori acquirenti, le multinazionali Philip Morris, Japan Tobacco e British American Tobacco se ci fosse un maggiore equità, cioè se riguardasse tutta la gamma dei prodotti del tabacco. Invece, l’aumento riguarda soltanto le sigarette tradizionali e non, ad esempio, le sigarette di nuova generazione, quelle che vengono chiamate a tabacco riscaldato. Il mancato aumento delle accise anche su questo e altri prodotti viene considerato dalle tre multinazionali una discriminazione”.

Sembra una contraddizione, ma i tre maggiori produttori mondiali di sigarette non chiedono l’abbassamento delle tasse. Al contrario, se aumento ci deve essere, deve essere per tutti i prodotti del tabacco. Il perché di questa scelta apparentemente in controtendenza è sempre Vincenzo Argo a spiegarcelo. “Il consumo delle sigarette tradizionali diminuisce ogni anno, così come ci confermano le statistiche, a danno proprio delle sigarette di nuova generazione, che invece guadagnano quote di mercato. Ma il mercato italiano assicura alle multinazionali, sulle sigarette tradizionali, ancora un fatturato alto. Questa è una delle ragioni per cui continuano ad acquistare tabacco italiano, nonostante che per loro abbia un costo maggiore, oltre alla migliore qualità del prodotto. Un do ut des che rischia di saltare. Se le accise aumenteranno solo per le sigarette tradizionali, così come ha deciso il Governo, le multinazionali rischiano di perdere ulteriori quote di fatturato in Italia e si rivolgeranno ad altre nazioni per l’acquisto del tabacco”.

E c’è già chi ha pensato di farlo. “Due manifatture su tre sono scontente della decisione del governo. Una delle due, la British American Tobacco, ha già annunciato di non voler rinnovare gli accordi di filiera. Gli accordi di filiera vengono firmati al Ministero dell’Agricoltura e impegnano le multinazionali ad acquistare il tabacco in Italia per i prossimi tre anni. La Bat ha annunciato che, se le cose rimarranno così, non firmerà alcun accordo. Ciò significa che in Campania, Umbria e Veneto, le tre regioni italiane leader, rimarrà invenduta una buona parte della produzione, perché nessun altro comprerà il nostro tabacco”. La ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova è stata informata di questo rischio, ma oramai la manovra è in dirittura di arrivo e non c’è alcuna speranza di modifiche che riguardino la tassazione di sigarette e affini. “C’è stata una lettera delle Regioni Veneto e Campania, l’Umbria no perché da poco si sono svolte le elezioni, in cui la ministra Bellanova è stata sollecitata a trovare una soluzione al problema. Per la Regione Campania si è mosso l’onorevole Nicola Caputo, in qualità di consigliere delegato alle politiche agricole. Non c’è stata alcuna risposta in merito dalla ministra e né ci sarà”, afferma amaramente Argo.

Da qui al rischio di una catastrofe per l’economia campana il passo è breve. “Non voglio pensare cosa accadrebbe se ci fosse il crollo della vendita del tabacco. Anche perché una coltura alternativa non c’è. Ad oggi non si è trovata una coltivazione che possa sostituire il tabacco. Le aziende non faranno altro, chiuderanno. Bisognerebbe programmare un’alternativa, ma se dalla mattina alla sera le grandi multinazionali mondiali, detentrici del 90% del mercato, decidono di non comprare più il tabacco italiano, cosa si può fare? Il valore aggiunto che il tabacco dà all’economia regionale è molto alto – conclude Argo – anche e soprattutto per il massiccio impiego di manodopera specializzata”.