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Home Cronaca

Violenza, da Grumo agli scontri in piazza: cause, ragioni, differenze

Da un lato la violenza di Grumo Nevano figlia del disagio giovanile, dall'altro chi a Bologna chiede verità e giustizia per Fakir, fino alle proteste dei NO-TAV in Val di Susa. Un’analisi politico-sociale su episodi differenti a cui il Governo risponde indistintamente con la repressione

Pasquale Cortese di Pasquale Cortese
2 Agosto 2026
in Cronaca, Politica

In questo articolo cercheremo di analizzare le ultime vicende di cronaca finite al centro del dibattito pubblico. Prendendo come punto di partenza la violenta rissa tra giovani e anziani scoppiata a Grumo Nevano, proveremo a fare una riflessione sul tema dei giovani, della violenza e della sicurezza. Questo articolo vuole dunque essere un’analisi politico-sociale che va oltre il semplice racconto dei recenti fatti di cronaca.

La rissa di Grumo Nevano

A Grumo Nevano, in provincia di Napoli, un gruppo di giovani, giocando a pallone, finisce per rompere la vetrina di un circolo per anziani in Piazza Domenico Cirillo. È in quel momento che un uomo inizia a inveire contro di loro. Dal video divenuto virale sui social si evince come quest’ultimo strattoni uno dei giovani, il quale reagisce a sua volta sferrando calci e pugni all’impazzata.

A subire la peggio, però, è una seconda persona, un settantenne del posto, il quale, nel tentativo di sedare la rissa, viene coinvolto nella colluttazione, inciampando e cadendo rovinosamente al suolo. A quel punto il ragazzo colpisce con un violento calcio in faccia l’anziano, facendogli perdere i sensi e spedendolo all’ospedale di Frattamaggiore. Il giovane è stato poi individuato grazie alle telecamere presenti in piazza, ed è stato accompagnato in carcere con l’accusa di tentato omicidio.

Le immagini della rissa a Grumo Nevano

La morte di Abderrahim Fakir

La rissa di Grumo giunge al culmine di una serie di episodi di violenza verificatisi nelle ultime settimane. Il 19 luglio si è consumato un altro tragico evento: l’uccisione, a Bologna, del quarantenne Abderrahim Fakir, morto durante un intervento delle forze dell’ordine. L’uomo, che soffriva di disturbi psichici, si trovava in stato di alterazione quando gli agenti di polizia sono intervenuti con la forza, schiacciandolo a terra nonostante fosse disarmato e chiedesse aiuto. La colluttazione con gli agenti e la successiva immobilizzazione avrebbero provocato la morte dell’uomo.

Il caso è ora al vaglio degli inquirenti, i quali, in attesa dei risultati definitivi dell’autopsia, potranno accertare cause e responsabilità dell’accaduto. Gli agenti coinvolti, anche qualora dovessero risultare colpevoli, potranno beneficiare dello “scudo penale”, una misura introdotta dal Governo che depenalizza i reati commessi dalle forze dell’ordine, creando de facto una disparità di trattamento rispetto ai comuni cittadini nell’applicazione del Codice Penale.

La polizia immobilizza Fakir prima della sua morte

Le proteste di Bologna

A seguito di tale episodio, numerosi cittadini sono scesi in piazza a Bologna per protestare contro l’eccesso nell’uso della forza e gli abusi di potere compiuti dagli agenti (aumentati sotto il Governo Meloni). L’ordine pubblico, però, è sfuggito di mano quando manifestanti e polizia sono entranti in contatto, causando scontri e tafferugli. L’episodio è stato strumentalizzato dalla destra, facendo passare in secondo piano la morte dell’uomo e accusando gli oppositori di istigazione alla violenza.

Eppure nessun membro della classe politica si è chiesto il perché di questa ondata di violenza che sta attraversando il Paese. Anzi, è diventata addirittura terreno di scontro politico. Da dove deriverebbe tutta questa rabbia? Nel caso di Bologna, i manifestanti scesi in piazza in questi giorni chiedono che si faccia chiarezza sulla morte di Fakir per ottenere verità e giustizia. Qual è stata la risposta del Governo? Un insieme di false accuse, repressione poliziesca e difesa ideologica del proprio operato.

I manifestanti chiedono verità e giustizia per Fakir

Il G8 di Genova e la violenza del potere

Parlando di violenza, spesso ci si dimentica delle umiliazioni e delle vessazioni che i cittadini subiscono ogni giorno dal Governo. Siamo a poche settimane dall’anniversario della “macelleria messicana” del G8 di Genova, quando lo Stato Italiano – come denunciato da Amnesty International – decise di sospendere la democrazia. All’epoca, a guidare il Paese, c’era sempre il centro-destra: tutti videro cosa furono capaci di fare le forze dell’ordine fomentate dalla propaganda illiberale del Governo Berlusconi.

La Legge dovrebbe essere “uguale per tutti“, ma non in Italia, dove chi ha le “spalle coperte” e la possibilità di farsi difendere da un buon avvocato, sa di poterla passare liscia. Quando i cittadini non hanno le “amicizie giuste” né le risorse economiche sufficienti per sostenere le spese legali, sono “meno uguali” degli altri. La violenza, dunque, viene stigmatizzata e condannata se viene dal basso, ma se proviene dal potere, diventa “normale”. Si tratta di una forma mentis criptofascista propinata dalla politica e dai media che hanno modellato il pensiero comune.

Chi occupa posizioni di potere è chiaramente un privilegiato che può permettersi perfino di calpestare la dignità umana – e la Legge – impunemente. Questa è la fotografia dell’Italia al tempo di Giorgia Meloni, proprio come lo era ai tempi di Berlusconi, se non peggio. L’ultimo tra i più eclatanti casi di ingiustizia denunciati è la vicenda dei giovani di origine africana arrestati a Napoli, rinchiusi in cella e infine spediti nel “CPR” di Potenza senza aver commesso reati. Un chiaro caso di razzismo istituzionale che abbiamo raccontato sulle pagine del nostro giornale.

Migranti innocenti rinchiusi come criminali nei “CPR”

Le proteste dei “NO-TAV” in Val di Susa

Da ciò possiamo dedurre che non tutte le violenze sono uguali. Chi subisce soprusi e ingiustizie deve soggiacere in silenzio e senza reagire. Un altro esempio è quello delle proteste dei manifestanti “NO-TAV” in Val di Susa. L’alta velocità “Torino-Lione” è un’opera mastodontica i cui lavori vanno avanti da 30 anni e alla quale gli abitanti della valle si oppongono. Sono noti i costi esorbitanti, il danno ambientale e l’inutilità dell’opera, eppure per i media e il Governo fanno notizia solo gli scontri: la protesta pacifica e le richieste di otre 20.000 persone scese in piazza non meritano attenzione.

Le proteste arrivano sempre dopo richieste inascoltate. Quando i cittadini vengono ignorati e le istituzioni non muovono un dito, ai primi non resta che difendersi in tutti i modi possibili, anche quelli ritenuti sbagliati. Questo spirito di conservazione, che è istinto di sopravvivenza, è assimilabile al concetto di legittima difesa. Petizioni, leggi di iniziativa popolare, referendum, manifestazioni, sono strumenti democratici spesso ignorati. Allora, ai cittadini, non resta che la disobbedienza. Condannare a priori chi manifesta per i propri diritti è un atteggiamento ipocrita e controproducente: la maggior parte delle conquiste sociali e civili di cui oggi godiamo non sono state ottenute spargendo petali di rosa.

Migliaia di cittadini manifestano contro la TAV

Quando la violenza nasce dal disagio

Diversa è la violenza dei giovani di Grumo o di quelli che la vulgata comune definisce “maranza”. Si tratta in questi casi di violenza gratuita fine a se stessa. Non c’è nessuna ragione politica. Il pretesto è quello di uno sguardo o di una “parola di troppo”. È una violenza generata dal tipo di società che stiamo costruendo. In una società individualista e aggressiva come la nostra, la solidarietà, l’umiltà e il rispetto verso il prossimo, che sono le basi del “vivere civile”, vengono viste come ostacoli al successo e all’affermazione personale. Ma non si tratta altro che prevaricazione.

Questi sono i disvalori che vengono inculcati ai giovani, propinati sui social e sfoggiati con frasi a effetto su t-shirt o nei testi delle canzoni, facendo leva sul disagio giovanile e alimentando finanche bullismo e cyberbullismo. In una società in cui l’individuo è al di sopra di tutto e tutti, anche del bene comune, la conseguenza è quella di avere una spietata competizione “al ribasso” in cui vince sempre il peggiore. In questo contesto senza regole e di disgregazione sociale vale il famoso detto latino “homo homini lupus“. Ogni giorno il consumatore-nichilista deve sfoggiare il proprio ego e appropriarsi di qualcosa che non gli appartiene, a costo di commettere illegalità e violenze.

Il bullismo è un esempio di disagio giovanile

Le risposte inefficaci del Governo

Dalle proteste di piazza e alla violenza giovanile, la risposta del Governo è sempre la stessa: “più sicurezza”, come se fosse la cura a tutti i mali. Il problema, però, è che la sicurezza, così intesa, coincide con la repressione e non con la prevenzione. Si sta discutendo in questi giorni circa la possibilità di equipaggiare gli agenti con proiettili di gomma e di utilizzare il riconoscimento facciale dei cittadini con l’IA. Si tratta di metodi coercitivi e invasivi della privacy utilizzati negli Stati Uniti e in Paesi “non democratici” come Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Questa sarebbe la tanto decantata “superiorità morale” dell’Occidente? Se non si può più manifestare in piazza liberamente vuol dire che siamo a un passo dalla distopia.

In più siamo di fronte a un paradosso: rispondere al dissenso con la repressione e non con l’ascolto e il dialogo, non può che accendere la miccia della ribellione (come nel più classico dei film di Star Wars). L’obiettivo della Meloni e dei suoi alleati è quello di accusare migranti e manifestanti di causare disordini e insicurezza, così da giustificare l’adozione di nuovi decreti sicurezza più restrittivi della libertà personale. Nulla di nuovo: è il classico schema che usa la destra per mantenere il potere e soffocare sul nascere ogni tentativo di cambiamento.

Anche la strumentalizzazione sui fatti di Grumo è presto servita. Oltra a dire che i giovani hanno bisogno di “ordine e disciplina”, non ci si interroga sulle reali ragioni del disagio sociale che soffoca i ragazzi che vivono in periferia. In “città dormitorio” dove non c’è nulla, non ci sono infrastrutture, non ci sono servizi, non ci sono luoghi d’aggregazione né spazi educativi e formativi per i giovani, la dispersione scolastica è altissima come pure la disoccupazione giovanile, le famiglie vivono ai margini della legalità e le istituzioni sono assenti, ci sono tutti gli ingredienti per innescare una “bomba sociale” pronta a esplodere.

Il Governo risponde al disagio sociale con la repressione

Soluzioni e prospettive politiche

Siamo consapevoli quanto il tema “sicurezza” sia importante, per questo non può essere risolto con slogan e manganelli. Serve invece investire in istruzione, cultura, educazione, lavoro, socialità, tempo libero. Bisogna ripensare le nostre città e sottrare i giovani dalla “legge della strada”, che è fatta di violenza e sopraffazione, per fornire strumenti di emancipazione e trasmettere quei valori di solidarietà, legalità e rispetto indispensabili a costruire una comunità sana. All’individualismo, all’egoismo e all’indifferenza devono prevalere cooperazione, collaborazione e partecipazione. Democrazia e sicurezza sociale sono gli antidoti più efficaci per prevenire la violenza nelle strade.

Questa sarebbe la strada giusta da intraprendere ma c’è un problema: si tratta di un lavoro lungo e impegnativo da parte delle istituzioni, non rispetta le scadenze elettorali e non parla alla pancia delle persone (giustamente arrabbiate). La società capitalista si basa sul mito della velocità, del consumo, del “tutto e subito”. La stessa politica è vissuta come un “mercato delle vacche”, dove programmazione e progetti di ampio respiro non trovano spazio. La politica non ha più una visione e si è limitata a gestire le istituzioni con logiche aziendaliste. Perciò, prima che la violenza, dalle strade, entri nelle nostre case e nelle nostre vite, bisogna ripensare il futuro al di fuori delle regole e degli schemi imposti dal sistema capitalistico.

L’hinterland napoletano tra degrado e speranza


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Tags: FakirGiorgia MelonigiovaniGrumo NevanoNoTavPoliticaprimopianorissascontriValsusaviolenza
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