Nelle scorse settimane l’Inail ha reso noto i dati riguardanti i gli infortuni sul lavoro causati dal Coronavirus e denunciati all’istituto assicurativo. Nel report è ben evidenziato che, con il 40,9% delle denunce complessive, la categoria professionale più colpita dai contagi è quella dei tecnici della salute, infermieri soprattutto, seguita da operatori socio-sanitari (21,3%) e medici (10,7%). Proprio i medici hanno un’altissima percentuale di decessi (9,9%) rispetto ai contagiati. Ma la categoria non è tutta rappresentata in questi dati: mancano i medici di base. L’Inail riconosce solo al personale sanitario che lavora in strutture pubbliche o private il requisito di infortunio sul lavoro per chi ha contratto il Covid-19. I medici di famiglia, così come i farmacisti, hanno il rapporto con il servizio sanitario gestito attraverso una convenzione e per tale ragione sono esclusi dall’indennizzo, a meno che, e qui sta il controsenso, non stipulino un’ulteriore polizza, pur versando all’Inail una cifra che varia dai 1.000 ai 2.000 euro all’anno per la propria tutela. Un vero e proprio oltraggio alla memoria dei 171 medici di base e 14 farmacisti morti a causa del Covid-19 e un insulto alle loro famiglie, che dovranno attendere cause e ricorsi per veder riconosciuto l’eventuale risarcimento.
La Fismu, la Federazione sindacale dei medici uniti, è stato il primo sindacato a porre la questione, rivolgendosi direttamente al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al ministro della Salute Roberto Speranza. “Nessuno ha recepito la nostra denuncia sul riconoscimento di Covid come infortunio per i camici bianchi del territorio, quindi da indennizzare. Si intervenga per onorare davvero i medici vittime della pandemia”, afferma la Fismu in una nota sdegnata. Al premier, a Speranza e agli enti previdenziali il sindacato si era rivolto già lo scorso 15 aprile, per chiedere il “riconoscimento dell’infortunio di lavoro per il Coronavirus per i medici convenzionati del territorio”.

