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Medici di base, escluso dal risarcimento chi ha avuto il Covid: non è infortunio sul lavoro

I sindacati Fismu e Smi sul piede di guerra scrivono a Conte: "Non sono bastati 171 decessi". Sotto accusa l'Inail, ma anche le assicurazioni private

Pier Paolo De Brasi di Pier Paolo De Brasi
5 Luglio 2020
in Società
medici di base

Nelle scorse settimane l’Inail ha reso noto i dati riguardanti i gli infortuni sul lavoro causati dal Coronavirus e denunciati all’istituto assicurativo. Nel report è ben evidenziato che, con il 40,9% delle denunce complessive, la categoria professionale più colpita dai contagi è quella dei tecnici della salute, infermieri soprattutto, seguita da operatori socio-sanitari (21,3%) e medici (10,7%). Proprio i medici hanno un’altissima percentuale di decessi (9,9%) rispetto ai contagiati. Ma la categoria non è tutta rappresentata in questi dati: mancano i medici di base. L’Inail riconosce solo al personale sanitario che lavora in strutture pubbliche o private il requisito di infortunio sul lavoro per chi ha contratto il Covid-19. I medici di famiglia, così come i farmacisti, hanno il rapporto con il servizio sanitario gestito attraverso una convenzione e per tale ragione sono esclusi dall’indennizzo, a meno che, e qui sta il controsenso, non stipulino un’ulteriore polizza, pur versando all’Inail una cifra che varia dai 1.000 ai 2.000 euro all’anno per la propria tutela. Un vero e proprio oltraggio alla memoria dei 171 medici di base e 14 farmacisti morti a causa del Covid-19 e un insulto alle loro famiglie, che dovranno attendere cause e ricorsi per veder riconosciuto l’eventuale risarcimento.

La Fismu, la Federazione sindacale dei medici uniti, è stato il primo sindacato a porre la questione, rivolgendosi direttamente al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al ministro della Salute Roberto Speranza. “Nessuno ha recepito la nostra denuncia sul riconoscimento di Covid come infortunio per i camici bianchi del territorio, quindi da indennizzare. Si intervenga per onorare davvero i medici vittime della pandemia”, afferma la Fismu in una nota sdegnata. Al premier, a Speranza e agli enti previdenziali il sindacato si era rivolto già lo scorso 15 aprile, per chiedere il “riconoscimento dell’infortunio di lavoro per il Coronavirus per i medici convenzionati del territorio”.

“Una denuncia – rincara la dose Francesco Esposito, segretario generale Fismu – caduta nel dimenticatoio. Avevamo spiegato che in assenza di un intervento legislativo saremmo andati incontro a questa drammatica e grave situazione. Le assicurazioni non pagano, l’Inail non può. Medici di serie A e medici di serie B. Eroi con tutele per infortunio e altri vittime senza diritti e indennizzi. Non si è fatto nulla – prosegue Esposito – e ora si andrà verso una lunga stagione di ricorsi ai tribunali, affinché dia fatta giustizia. Quindi facciamo appello al premier Conte affinché sia una priorità del Governo sanare questa grottesca vicenda. Altrimenti – conclude il segretario generale della Fismu – i nostri colleghi saranno due volte vittime: prima sul lavoro, per colpa di Covid-19, poi per il menefreghismo della politica”.

Sulla stessa linea Pina Onotri, segretaria generale dello Smi, il Sindacato medici italiani. “Non sono bastati più di 170 medici di famiglia deceduti per far estendere le tutele sul lavoro al contagio da virus e farlo rientrare nei casi d’infortunio sul lavoro. Alla luce della recente pandemia bisogna ripensare a uno strumento normativo adeguato che riconosca ai medici convenzionati le tutele previste per tutti gli altri lavoratori”, afferma Onotri, la quale prosegue esortando l’Inail ad “ammettere che in questi mesi i medici di base hanno subito veri e propri infortuni sul lavoro a causa del contagio trasmesso dai loro pazienti. Le loro famiglie, per questo, hanno diritto ad essere indennizzate in caso di morte dei propri congiunti”. L’appello finale Onotri lo rivolge “al Parlamento e al ministro del Lavoro, dicastero a cui è affidata la competenza del caso, affinché intervengano per concretizzare un impegno degli istituti assicurativi pubblici e privati per una copertura ai medici di medicina generale e alle altre professioni mediche, ammettendo il pieno indennizzo in caso di decesso causato dal Coronavirus”.

Le proteste di Fismu e Smi sembra che abbiano mosso le acque, almeno intorno all’Inail. L’Istituto assicurativo pubblico ha fatto sapere di aver istituito un tavolo di lavoro per arrivare al più presto alla soluzione del problema. Lo sperano le 171 famiglie che hanno subito il doloroso danno della perdita di un loro caro mentre compiva il proprio dovere e ora non intendono subire la beffa di non vedersi riconosciuto un sacrosanto diritto.  

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