Le vicende giudiziarie e le relative indagini che nell’ultimo anno hanno coinvolto il senatore di Forza Italia Luigi Cesaro sembrano essere arrivate a un punto di svolta: il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli ha infatti chiesto la misura degli arresti domiciliari per il noto esponente politico di Sant’Antimo, per lungo tempo punto di riferimento imprescindibile nonché braccio destro di Silvio Berlusconi in provincia di Napoli. La misura cautelare è stata notificata dai carabinieri: contro il senatore forzista i magistrati partenopei contestato il grave reato di concorso esterno in associazione mafiosa. La misura restrittiva è stata pertanto trasmessa al Senato il quale dovrà riunirsi in sede di giunta per convalidare o meno l’autorizzazione a procedere. Cesaro è coinvolto nell’inchiesta condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli e dai carabinieri del Reparto operativo speciale (Ros) sui patti tra politica e camorra grazie ai quali si sarebbe retta proprio l’amministrazione comunale di Sant’Antimo, in particolare attraverso i “buoni rapporti” che sarebbero intercorsi tra la famiglia Cesaro, da sempre una delle più influenti dell’hinterland napoletano, e il clan Puca, sodalizio criminale egemone nell’area nord di Napoli.
Nell’ambito della stessa inchiesta finì in carcere anche Antimo Cesaro, fratello di Luigi, mentre per gli altri due fratelli, anche loro coinvolti, furono disposti gli arresti domiciliari. Inizialmente i Pubblici ministeri che seguivano l’indagine, le magistrate Giuseppina Loreto e Antonella Serio, avevano chiesto, con la convalida del Procuratore di Napoli Giovanni Melillo, la misura degli arresti in carcere. Tuttavia la richiesta venne momentaneamente “congelata” dal Gip dopo aver valutato le attenuanti presentate dalla difesa provvedendo a trasmettere agli uffici di Palazzo Madama le intercettazioni telefoniche che avrebbero dimostrato i rapporti tra la camorra e l’esponente politico. Su un totale di 28 telefonate registrate dagli inquirenti, a maggio, il Senato ne aveva autorizzato l’utilizzo solamente di 6, ritenendole sufficienti all’espletamento delle indagini. Su tali telefonate i giudici hanno così provveduto a elaborare l’impianto accusatorio. Alle intercettazioni si sono però aggiunte le confessioni rilasciate agli inquirenti da parte un pentito del clan il quale dichiarò che lo stesso Cesaro aveva più volte manipolato le campagne elettorali stringendo accordi con la camorra. Affermazioni che sono sempre state respinte e dichiarate “false” da Cesaro in persona, messe in giro, secondo il senatore, al solo scopo di screditare la sua figura.

