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Covid-19 e farmacie: la delicata sfida dei camici bianchi

Anche stamattina indosso il mio camice intriso di coraggio, forza, speranza, consapevole dei rischi cui mi espongo, esercitando la mia professione di farmacista

Dott.ssa Lucia Santoro di Dott.ssa Lucia Santoro
4 Novembre 2020
in Società
Camice, spilla, mascherina. I farmacisti ai tempi del Covid-19

Pubblichiamo la testimonianza diretta di una farmacista, che quotidianamente lavora a contatto con i pazienti.

Anche stamattina indosso il mio camice intriso di coraggio, forza, speranza, consapevole dei rischi a cui mi espongo, esercitando la mia professione di farmacista. La farmacia, a causa del Coronavirus, ha cambiato da mesi il suo volto, accogliendo fiumi di persone dai mille volti, che hanno nuove richieste da esporre. Noi farmacisti, in maniera quasi camaleontica, ci adattiamo ai cambiamenti giorno dopo giorno provando a rispondere a ogni esigenza secondo le nostre possibilità. Ma cosa accade davvero fra le mura di una farmacia ogni giorno? Tutto inizia con un “buongiorno dottoressa”, ma cosa seguirà a quel saluto?

Seguendo le norme imposte dal Governo e dalla Regione Campania per contenere i contagi, gli ingressi avvengono in maniera scaglionata e non ci si accinge al banco se non dopo aver misurato con un termoscanner la temperatura e igienizzato le mani. Si cerca in questo passaggio di mantenere la “distanza di sicurezza” che in tal caso è rappresentata dalla lunghezza irrisoria del proprio braccio, ed ecco che ci si è esposti al primo momento di rischio per una misurazione ormai fatta in modo meccanico a chiunque entri. Iniziano i primi interrogativi a rodere il cervello: “E se fosse asintomatico? Davvero è utile e veritiera questa misurazione?”. Ci si reca poi al banco, dove ormai le ricette sono accompagnate da domande e richieste di aiuto.

Più passano i giorni più vedo occhi spaesati, triste specchio di una società distrutta da un virus infido, non solo fisicamente e mentalmente, ma anche economicamente. C’è chi si sente sicuro fra queste mura al punto di ritenersi libero di togliere la mascherina, esponendo se stesso e chi lo circonda a un probabile rischio. C’è chi pensa che noi farmacisti abbiamo le risposte a tutto, non sapendo che purtroppo anche noi non sappiamo precisamente come combattere questa battaglia. Iniziano le domande: “Dottoressa mi dice che temperatura ha letto?”, “Dottoressa non la sopporto più questa mascherina, quando finirà tutto questo?”, “Dottoressa ma a quanti casi siamo?”, “Dottoressa mi consigliate un prodotto davvero efficace per far sì che il mio sistema immunitario riesca a fronteggiare il virus?”.

Pane quotidiano sono anche le richieste di bombole di ossigeno, saturimetri e, a oggi, anche di due farmaci indicati per il trattamento della sintomatologia da Covid-19: Zitromax e Deltacortene da 25mg. Tentate di capire cosa proviamo noi che siamo dall’altra parte del banco quando accogliamo tali richieste e in alcuni casi, come per l’ossigeno, ci vediamo costretti a rispondere che le scorte sono ormai terminate. Leggendo ricette in cui sono prescritti i due farmaci appena citati sentiamo di toccare con mano la sofferenza perché, salvo pochi casi, sicuramente la persona che li sta richiedendo ha in famiglia, se non sotto lo stesso tetto, una persona dichiarata positiva al Covid.

Non mancano mai le richieste di tachipirina, quasi una scatola per ogni persona che entra, caramelle per la gola infiammata, spray nasali, farmaci per sintomi influenzali, sciroppi per la tosse. Ecco proprio per questi ultimi, come se non bastasse, vi è chi alla domanda: “Ha tosse secca o grassa?” risponde con un bel colpo di tosse che alimenta il panico anche delle altre persone che si sono recate in farmacia. E così, in un attimo, riesce a creare un clima di tensione e paura. Iniziano le discussioni fra clienti, gli occhi di tutti sembrano spegnersi, noi farmacisti ci ritroviamo a far da pacieri cercando di “educare” i clienti e di ricreare un clima di apparente tranquillità.

Ci sono poi i negazionisti, che urlano, come se tutto ciò tutto sia frutto di un complotto, alimentando nuove discussioni che si accendono soprattutto quando accanto a loro si ritrovano persone che invece, a causa del Coronavirus, hanno da poco perso un loro caro o comunque stanno vivendo una situazione difficile. Infine c’è chi, venuto a conoscenza del conto da pagare per i farmaci richiesti, scoppia in lacrime, poiché sta investendo ormai tutti i propri risparmi in medicine necessarie. Provate ad immaginare cosa si prova nell’essere un farmacista e vedere una persona, spesso anziana e priva di forze, piangere perché il virus sta mangiando tutti i suoi risparmi o perché vede i propri figli in serie difficoltà economiche.

Quali sono le parole adatte in questo caso? Si può solo cercare di trasmettere speranza. Ma bisogna comprendere un concetto fondamentale. Da cosa nasce la speranza? La speranza può nascere solo dalla responsabilità. Comportarsi ogni giorno in maniera corretta tutelando se stessi e chi ci circonda, può essere il preludio della fine di questo periodo terribile che stiamo vivendo. Perciò in qualità di farmacista mi sento in dovere di dire di non offendervi quando vi chiediamo di igienizzare spesso le mani, perché noi che lavoriamo dietro il banco le abbiamo ormai distrutte, di non offendervi quando vi chiediamo di indossare correttamente le insopportabili mascherine, perché noi riusciamo a sopportarle per otto ore al giorno e c’è chi è costretto a farlo anche per più tempo.

Non offendetevi quando vi chiediamo di rispettare le distanze o quando non sappiamo cosa rispondere alle vostre domande su come combattere il virus, perché se esistesse una reale soluzione l’avremmo già tutti applicata. Noi farmacisti siamo ogni giorno pronti ad accogliervi consapevoli del rischio cui ci esponiamo, consapevoli che potremmo portare con noi, dopo una stancante giornata di lavoro, questo orribile virus a chi ci aspetta fra le mura delle nostre case. Dunque consapevolezza, rispetto, responsabilità sono ad oggi potenti armi che tutti possiamo usare… se vogliamo.

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