Torna a far parlare di sé l’idrossiclorochina, commercialmente conosciuta come Plaquenil. L’antimalarico utilizzato per la cura del Covid-19, infatti, è di nuovo nell’occhio del ciclone perché l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, con una nota dello scorso 29 maggio, ha sospeso “l’autorizzazione all’utilizzo di idrossiclorochina per il trattamento dell’infezione da Sars-CoV-2, al di fuori degli studi clinici”. Una decisione che ha scatenato la reazione di 140 medici, la maggior parte di base, che hanno subito chiesto il ritiro della disposizione e messo in discussione gli studi scientifici che hanno portato alla decisione dell’Aifa.
Tutto è partito dalla pubblicazione su The Lancet, la più prestigiosa rivista medica assieme a Nature, di uno studio del cardiologo Mandeep Mehra in cui si afferma che l’idrossiclorochina usata per curare il Covid-19 è pericolosa. Il rischio nasce, secondo lo studio, dagli effetti collaterali negativi, i più gravi dei quali possono manifestarsi con disfunzioni cardiache anche letali. L’articolo basta all’Organizzazione Mondiale della Sanità per sospendere, dal giorno 25 maggio, l’impiego del farmaco. La decisione dell’Oms è seguita a ruota dall’Aifa, che stoppa l’utilizzo e lascia ai medici di base la responsabilità del proseguimento della terapia.
Ma la storia non finisce qui. L’Oms torna sui suoi passi quando la stessa rivista The Lancet si accorge che qualcosa non va nell’articolo del dottor Mehra e lo stesso cardiologo indiano-statunitense, con tutto il suo staff, fa mea culpa e ritira lo studio, effettuato su pazienti in fase critica della malattia. Se l’Oms riprende la sperimentazione dell’idrossiclorochina come farmaco anti-Covid, così non è per l’Aifa che rimane ferma sulle sue decisioni, forte anche delle raccomandazioni espresse dall’Agenzia europea per i medicinali (Ema), in cui è ribadito “che clorochina e idrossiclorochina sono associate a un aumento del rischio di problemi cardiaci”, i quali “possono verificarsi con maggiore probabilità o essere più gravi” nel caso in cui il Plaquenil sia utilizzato in “dosi più elevate rispetto a quelle raccomandate” o sia associato “ad alcuni antibiotici quali azitromicina”.
Ma i 140 medici, tra cui Serafino Fazio, già professore di medicina interna all’università Federico II di Napoli, non ci stanno. Contestano la decisione dell’Aifa, che accusano di essere stata in questo caso superficiale, e avanzano la richiesta, girata anche al ministero della Salute, di riprendere la sperimentazione, portando come prove il successo ottenuto dalla terapia con l’idrossiclorochina sul territorio grazie al coinvolgimento dei medici di base, in particolare ad Alessandria, Novara, Piacenza e Treviso. In questi territori il protocollo prevede l’utilizzo del farmaco sui pazienti con i primi sintomi del Covid-19: febbre oltre i 37 e mezzo, mal di gola, tosse secca, difficoltà respiratorie, forte indolenzimento degli arti, perdita dei sensi di gusto e olfatto. Il Plaquenil, secondo quanto riportato dai medici, così usato si è dimostrato efficace, mentre non ha avuto alcun effetto sui pazienti con la malattia in fase avanzata. Un farmaco che ha consentito la cura a domicilio, evitando di ospedalizzare il paziente e rendere ancora più caotico l’afflusso ai nosocomi e nelle terapie intensive.