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Home Cultura Arte

“Andy Warhol. Triple Elvis”: a Napoli la mostra evento sul genio della Pop Art

Fino al 16 febbraio Palazzo Piacentini ospiterà l’imperdibile exhibit su Andy Warhol. Tra le opere in mostra a Napoli i capolavori della Pop Art “Triple Elvis”, “Marilyn”, “Mao”, “Electric Chairs” e “Vesuvius”, vere e proprie icone della cultura pop

Giuseppe Cerreto di Giuseppe Cerreto
7 Dicembre 2024
in Arte, Cultura, Società

L’EXHIBIT

Andy Warhol. Triple Elvis è la retrospettiva sul genio della Pop Art in mostra fino al prossimo 16 febbraio a Palazzo Piacentini, sede delle Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo a Napoli. Si tratta di un appuntamento speciale con l’arte da non perdere per chi trascorrerà la stagione invernale e le festività natalizie in città. Per la prima volta, in un unico allestimento, sono stati raccolti alcuni dei più importanti capolavori di Andy Warhol, vere icone della cultura pop.

I visitatori potranno ammirare un eccezionale nucleo di opere dedicate alla bellezza inafferrabile di Marilyn Monroe, al padre della Cina moderna Mao Tze-Tung e al re del rock and roll Elvis Presley. Le rappresentazioni di questi tre personaggi simbolo del Novecento sono affiancate dall’inquietante raccolta Electric Chairs e dall’esplosiva coppia di Vesuvius in “rosso”. Le opere in mostra provengono dalla Collezione Agrati, una delle più ricche e prestigiose raccolte d’arte al mondo, confluita all’interno del patrimonio del gruppo Intesa Sanpaolo.


L’esposizione, sviluppata in forma di dossier a cura dello storico e critico d’arte Luca Massimo Barbero, nasce dall’intento di offrire uno sguardo inedito sulla produzione di uno dei più emblematici protagonisti dell’arte del XX secolo. L’exhibit fa parte del progetto Vitalità del Tempo, percorso espositivo che si sviluppa al secondo piano di Palazzo Piacentini, nelle cui sale è possibile ammirare alcune delle opere più rappresentative dell’arte contemporanea realizzate da Lucio Fontana, Piero Manzoni, Carol Rama, Jannis Kounellis, Robert Ryman e Sol LeWitt.

“La ricchezza dei capolavori presenti nelle raccolte d’arte di Intesa Sanpaolo – afferma Michele Coppola, executive art director del patrimonio artistico dell’istituto finanziario – rafforza la volontà di condividere con il pubblico la bellezza e il valore delle opere in mostra nelle Gallerie d’Italia. Parte da Napoli un nuovo focus sull’arte che la sede museale di Via Toledo vuole dedicare alla Pop Art e all’opera strepitosa di Warhol. L’iniziativa – conclude il direttore esecutivo – conferma la vocazione di uno spazio aperto, vivo e dinamico, capace di generare proposte culturali originali e inedite che parlano al cuore di coloro che decidono di farsi rapire dalla bellezza ineguagliabile di questa magnifica città”.


LE OPERE IN MOSTRA

A dare il titolo alla mostra è Triple Elvis, serigrafia realizzata dall’artista americano nel 1962 ed esposta per la prima volta alla Ferus Gallery di Los Angeles. Fu proprio agli inizi degli anni ’60 che Warhol iniziò a realizzare le sue opere in serie con la tecnica della ripetizione dell’immagine, fondendo alla stampa serigrafica nozioni e applicazioni acquisite dalla fotografia, dalla pittura, dal cinema, dalle arti grafiche, dal design, dalla moda e dalla pubblicità. Uno dei lavori più emblematici di questa fase di sperimentazione e di fusione tra arte e tecnica fu proprio l’opera raffigurante Elvis Presley in una posa rimasta nella storia.

In questa rappresentazione, l’immagine triplicata della rockstar sembra sospesa nell’etere, impressa su uno sfondo metallico che anticipa quell’aura leggendaria che avrebbe trasformato Elvis nel re del rock and roll. L’opera, appartenuta a Bob Dylan, segnò un momento cruciale nell’evoluzione artistica dell’autore: in questi anni Warhol si cimentò in un’accurata indagine su gusti, mode e tendenze della cultura di massa, prediligendo soggetti legati al mondo dello spettacolo e della politica. Le sue rappresentazioni, spesso provocatorie, entrarono subito a far parte dell’immaginario comune con una dirompenza senza precedenti.

Triple Elvis (in mostra)

La strategia adottata da Warhol per far conoscere la sua arte al grande pubblico era basata sul marketing, veniva annunciata con spot ed eventi di happening sui media e si avvaleva delle nuove tecniche grafiche per la riproduzione delle opere all’interno del laboratorio artistico di New York, punto di ritrovo di artisti e musicisti. A frequentare la celeberrima Factory furono personaggi come di Salvador Dalí, David Bowie, Truman Capote, Bob Dylan, Jim Morrison, Basquiat, Lou Reed, John Cale, John Lennon, Mick Jagger e Keith Richards. Fu qui che nacquero le collaborazioni con i Velvet Underground, per i quali disegnò la celebre copertina del loro primo album, e con i Rolling Stones, con i quali sviluppò la cover di Sticky Finger.

La copertina dell’album The Velvet Underground & Nico

Rompendo ogni legame con l’unicità dell’opera d’arte, che diventava così prodotto di consumo, Warhol non fece altro che applicare le tesi che il filosofo Walter Benjamin espose nel saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, del 1936. Questa fase di sperimentazione raggiunse l’apice con l’affermazione della Pop Art e la riproduzione dei famosissimi ritratti Marilyn e Mao i quali, con i loro colori vividi e intensi, caratterizzati da contrasti cromatici portati al limite, fecero dell’impatto visivo l’essenza dell’estetica warholiana. Nel 1967 fu la diva di Hollywood Marilyn Monroe a ispirare l’opera di Warhol: come modello di riferimento fu scelto lo scatto del fotografo Gene Korman, utilizzato dalla stampa per annunciare l’oscuro suicidio della star del cinema. Il fotogramma venne stilizzato con la tecnica dello stencil per essere caricato di colori dalle tonalità pure, trasformando il volto dell’attrice in icona pop.

Marilyn (in mostra)

Lo stesso procedimento venne utilizzato dall’artista per realizzare il celebre ritratto di Mao Tze-Tung, ciclo composto da dieci serigrafie caratterizzate da un uso decisivo del colore in altrettante combinazioni diverse. L’opera venne pubblicata nel 1972, all’indomani dello storico incontro tra il presidente americano Nixon e il leader cinese. La Cina, ieri come oggi, era considerata nemica degli Stati Uniti, e Warhol non si fece sfuggire l’occasione di ritrarre il “Grande timoniere” della rivoluzione maoista al di fuori di qualsiasi schema interpretativo. L’obiettivo, nella rappresentazione di un Mao compiacente, era quello di giocare sul filo dell’ambiguità espressiva per provocare l’opinione pubblica, che fu attraversata da reazioni contrastanti di stima e di sdegno. Ispirandosi al Libretto rosso, Warhol non rinunciò a compiere una riflessione sul potere politico attraverso le forme e i linguaggi glam della Pop Art.

Mao (in mostra)

In questo nuovo corso dell’arte, Warhol sovverte le regole dell’armocromia, liberando l’immagine dal suo significato per farla diventare pura rappresentazione simbolica. Lungo questa scia svilupperà un’estetica più cupa e riflessiva, emersa in maniera evidente in Electric Chairs. Per la realizzazione di questo ciclo di serigrafie l’artista si ispirò all’opera di Francis Bacon, riproducendo in maniera ossessiva l’immagine di una sedia elettrica, inquietante e silenzioso strumento di morte. La raffigurazione divenne non solo un pretesto per affrontare il tema delicato della pena di morte, ancora oggi dibattuto, ma anche per condurre, con visioni ripetitive e angoscianti, una riflessione sulla caducità della vita e la preminenza della morte. Con Electric Chairs emerge una nuova tensione emotiva, malinconica e inquieta, che ritornerà nei lavori successivi dell’artista.

Electric Chairs (in mostra)

Il periodo a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 rappresentò una fase di transizione per il movimento della Pop Art: è in questo momento che l’artista, in cerca di nuovi stimoli, rivolge il suo sguardo all’ombra Vesuvio. Dopo numerosi soggiorni a Napoli, nel 1985 Warhol diede vita a Vesuvius, ciclo di 18 opere due delle quali, nella loro versione in “rosso”, trovano spazio all’interno della mostra per approfondire il legame tra l’artista e la città partenopea. Le opere si presentano sotto forma di reinterpretazione in chiave pop del Vedutismo Napoletano del XVIII e XIX secolo. Il Vesuvio, in questa raffigurazione, assume un profilo impetuoso, tanto da sembrare un organismo vivente capace di travolgere ogni cosa, mentre il destino della città e dei suoi abitanti restano tragicamente legati alla volontà del vulcano.

Vesuvius “rosso” (in mostra)

Un angolo della mostra è infine dedicato a tre scatti originali, preziose testimonianze dell’epoca, del fotografo Duane Michals in cui Warhol, come un fantasma, appare e scompare. Le tre istantanee raccontano la figura di un artista poliedrico, eccentrico, istrionico, provocatore, che ha saputo rinnovare l’arte con le sue geniali intuizioni ed è stato capace di influenzare la cultura, la moda e la società fino ai giorni nostri. Andy Warhol, con il suo sguardo attento su un mondo in trasformazione, ne ha saputo cogliere pregi e difetti, bellezze e storture, anticipando gusti e tendenze, e dando avvio a una riflessione sul rapporto tra arte, comunicazione e industria culturale ancora attuale; ed è per questi motivi che viene annoverato tra le personalità più influenti del Novecento.

WARHOL E NAPOLI

Oltre a rappresentare un’occasione unica per esplorare da vicino il contributo di Warhol all’arte contemporanea, l’exhibit di Palazzo Piacentini approfondisce il legame tra il genio della Pop Art e la città partenopea. Warhol era alla ricerca del mito, del simbolo contemporaneo da rendere iconografico e da consegnare all’eternità. Una città ricca di fascino come Napoli rappresentava un “mistero da svelare”: fin dal suo primo soggiorno nel 1974 l’artista rimase profondamente affascinato, costruendo un forte legame affettivo. Fondamentale fu l’amicizia con il gallerista Lucio Amelio, tra i principali esperti di arte contemporanea in Italia, il quale si impegnò a trasformare Napoli in un centro nevralgico delle avanguardie artistiche, invitando in città i più importanti artisti del tempo. Furono anni di grande vivacità artistica, durante i quali Warhol fu protagonista della scena culturale partenopea.

Lucio Amelio con Andy Warhol e Joseph Beuys

Scosso dal devastante terremoto che colpì l’Irpinia nel 1980, rispose all’appello lanciato da Lucio Amelio affinché artisti e intellettuali si occupassero dell’immane tragedia. Il genio della Pop Art decise così di realizzare l’emblematico trittico Fate presto, composto da tre gigantografie della prima pagina de Il Mattino in cui si denunciavano i ritardi nei soccorsi. L’opera venne esposta per collettiva Terrae Motus, curata dallo stesso Amelio, alla quale presero parte numerosi artisti di fama internazionale tra cui Keith Haring, Michelangelo Pistoletto, Robert Mapplethorpe, Mario Merz, Mimmo Paladino, Miquel Barceló, Joseph Beuys, Jannis Kounellis, Tony Cragg, Mario Schifano, Gerhard Richter ed Emilio Vedova, che raccontarono, con i loro lavori, il dramma del sisma. La collezione è oggi visitabile negli spazi espositivi della Reggia di Caserta.

Fate presto – Reggia di Caserta

Il tragico evento scavò un solco profondo nell’animo dell’artista, il quale decise di interrogarsi sulle forze della natura, capaci di donare la vita ma anche di annichilirla. Tale ricerca si concretizzò nella raccolta Vesuvius, attraverso la quale Warhol declinava la celebre vista del Vesuvio secondo i filtri della Pop Art, enfatizzandone la potenza distruttiva. L’immagine venne rappresentata come un unico flusso di magma che si espande dalle viscere della terra, metafora delle emozioni più indomabili, mentre i suoi colori infuocati sembrano ribollire come la lava del vulcano. Per Warhol Napoli e il Vesuvio erano la massima espressione simbolica della lotta tra la vita e la morte. L’opera venne presentata in anteprima mondiale al Museo di Capodimonte per la storica mostra Vesuvius by Warhol, del 1985. Ancora oggi, nel prestigioso museo partenopeo, è possibile ammirare uno dei pezzi di quella incredibile serie, omaggio dell’artista a Napoli e al suo popolo. Altre opere quali Beuys By Warhol, Spalding Softball e Five Campbell’s Soup si trovano al Museo Madre.

Vesuvius – Museo di Capodimonte

INFO & EVENTI

Per maggiori informazioni su orari di visita e modalità d’acquisto dei ticket è possibile visitare il sito ufficiale delle Gallerie d’Italia (clicca qui). Fino a marzo 2025 le sale di Palazzo Piacentini ospiteranno anche la mostra Sir William e Lady Hamilton, con una selezione di opere d’arte realizzate da artisti stranieri attivi nella Napoli del Settecento, tra cui Angelica Kauffmann, Joseph Wright of Derby, George Romney e Jacob Philipp Hackert. Per tutto il periodo natalizio, infine, la Sala Grande del palazzo ospiterà la rassegna musicale A Christmas Carol, in collaborazione con il Conservatorio San Pietro a Majella. Ancora una volta la sede partenopea delle Gallerie d’Italia si conferma tra i principali poli artistici e culturali del Paese.

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Tags: Andy WarholArteGallerie d'ItaliaIntesa SanpaoloLucio AmeliomostraNapoliPalazzo PiacentiniPop Artprimopiano
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